Discorso
29 gennaio 2016

Secondo incontro internazionale della sinistra democratica. Le sfide globali per la democrazia. crisi della rappresentanza e sviluppo sostenibile

Conferenza di Massimo D’Alema – Città del Messico


La rapida crescita delle diseguaglianze rappresenta uno degli aspetti più inquietanti dell’epoca del capitalismo finanziario globale. Le diseguaglianze incidono non soltanto sui rapporti economici e sociali ma sulle condizioni stesse di convivenza all’interno delle nostre società, sulla sicurezza dei cittadini e sui caratteri della democrazia. Si tratta proprio per questo di una sfida globale che investe non soltanto i rapporti economici e sociali all’interno dei singoli paesi ma l’insieme dell’assetto della economia mondiale e dei rapporti internazionali.
La recente crisi finanziaria ha accentuato la tendenza ad una crescente disparità nei redditi e nelle ricchezze dei cittadini di vari paesi (avanzati e non). Questa disparità ha raggiunto livelli talmente preoccupanti da far riemergere una discussione a livello globale che vede impegnati molti economisti progressisti, da Piketty a Stiglitz, e molti leader della sinistra, da Lula a Corbyn. Soffermiamoci a considerare i dati e le tendenze. A livello globale una quota di popolazione leggermente inferiore all’1% dei cittadini del mondo detiene circa il 44% della ricchezza mondiale. Dall’altra parte vi è un 70% della popolazione che possiede il 3% della ricchezza. Il 10% più ricco ha in media un reddito quasi dieci volte superiore a quello del 10% più povero, secondo i dati elaborati dal Fondo Monetario Internazionale nel 2014 e secondo il Credit Suisse Global Wealth Databook.
Le tendenze sono certamente diverse da paese a paese. Nei paesi più avanzati – in particolare il Nord America e l’Europa – si è registrata negli ultimi vent’anni una radicale inversione di tendenza rispetto alle politiche che sono state dominanti nel periodo che va dal Dopoguerra fino agli anni ’80. Sotto il segno di politiche keynesiane e di impronta socialdemocratica per oltre un trentennio abbiamo assistito in Europa e in Nord America ad una riduzione progressiva delle diseguaglianze e a un aumento continuo della retribuzione reale del lavoro. Parallelamente queste economie hanno vissuto una crescita sostenuta sorretta da investimenti e innovazione che ha favorito un aumento degli standard di vita per molti e una intensa mobilità sociale. Il modello economico consisteva in un capitalismo basato su un circuito di produzione e di redistribuzione che faceva sì che i frutti del sistema produttivo fossero ripartiti in modo negoziato fra capitale e lavoro e in parte reinvestiti in attività produttive. Naturalmente, come ci insegnano i nostri classici, questa distribuzione non era uguale, e tuttavia avveniva in modo trasparente, controllato e negoziato. In questo modo era possibile contenere le disparità e promuovere opportunità di accesso al benessere da parte di quote crescenti della popolazione. Nello stesso tempo l’esistenza di sistemi fiscali di tipo progressivo ha sostenuto sistemi di welfare che attraverso la promozione di beni pubblici come l’istruzione e la salute provvedevano a redistribuire ricchezza e opportunità.
È dal finire degli anni ’80 che questo sistema entra in crisi sotto l’incalzare di politiche neoliberiste nel quadro di una globalizzazione senza regole e dominata dalla finanza. Da un modello sociale basato sulla redistribuzione della ricchezza i diversi fattori di produzione: impresa, lavoro, innovazione, si passa ad un modello dominato dalla speculazione finanziaria. Si spezza quindi il rapporto virtuoso fra crescita economica e redistribuzione dei redditi anche ai fini di una crescita dei consumi. Insomma, mentre nell’economia fordista la crescita della ricchezza è un processo sociale che coinvolge una pluralità di attori e comporta una ripartizione dei vantaggi; nel capitalismo finanziarizzato l’accumulazione della ricchezza è sostanzialmente individuale, non è legato alla produzione, è spesso il frutto di operazioni speculative di una sorta di Casinò Capitalismo dove l’azzardo diventa più importante del lavoro. A questo si aggiunge che l’estrema facilità nella mobilità dei capitali mette in crisi la progressività e l’effetto redistributivo dei sistemi fiscali nazionali mettendo la grande ricchezza finanziaria al riparo dalla fiscalità che si scarica così esclusivamente sul lavoro e sulle imprese, cioè sull’economia produttiva.
Se osserviamo i dati risulta con chiarezza un aumento degli indicatori di eguaglianza in tutti i paesi avanzati. Negli Stati Uniti mentre negli anni ’70 l’1% più ricco deteneva circa il 9% del reddito nazionale; oggi questa quota è diventata pari al 23% e in gran parte non si tratta di reddito da lavoro ma di reddito da capitale. Negli ultimi trent’anni le famiglie americane più ricche (il 5% della popolazione) hanno visto il proprio reddito aumentare dell’80%; mentre il reddito delle famiglie più povere (il 20% della popolazione) ha subito una diminuzione del 12%. Se guardiamo alla differenza tra il 10% più ricco e il 10% più povero registriamo che il gruppo più influente ha redditi mediamente venti volte superiori a quelli della parte più povera.
I dati non migliorano se ci spostiamo in Europa. Malgrado la maggiore incidenza che nella storia europea del secolo scorso hanno avuto le politiche di welfare, tuttavia la concentrazione dei redditi che si è raggiunta oggi è tale per cui il 10% più ricco guadagna dalle 8 alle 10 volte in più del 10% più povero se si considera la realtà dei maggiori paesi: Germania, Francia, Italia e Regno Unito. Le tendenze non sono diverse, anzi si aggravano, se invece di considerare i redditi si considera la ricchezza. Negli Stati Uniti il 10% delle famiglie più ricche detiene il 70% della ricchezza e in Europa il 60%. La concentrazione della ricchezza finanziaria è ancora più elevata con il 10% delle famiglie che detengono quasi il’85% degli attivi finanziari dei paesi più ricchi. Uno studio di Seats e Zuckman del 2014 dimostra che, se si tiene conto di dividendi, interessi, rendite e profitti, lo 0,1% della popolazione americana percepisce ogni anno risorse finanziarie equivalenti a quelle percepite dal 90% della popolazione.
Nel resto del mondo le dinamiche sono più variate. Se partiamo dagli anni ’50 si muove da livelli di ineguaglianza elevatissimi in America Latina e in Africa, mentre assai più ridotte sono le diseguaglianze nei paesi asiatici e del blocco sovietico. La globalizzazione e i fenomeni associati più recenti hanno segnato in modo diverso questi paesi. In alcuni, come la Cina, e taluni paesi dell’America Latina e dell’Africa, vi sono stati miglioramenti significativi nei livelli di reddito e negli standard di vita. Tuttavia l’aumento della ricchezza ha coinciso anche, in generale, con l’aumento delle diseguaglianze: in Russia e in quasi tutti i paesi del blocco ex sovietico, così come anche in Cina e in altri paesi dell’Asia e dell’Africa. Il recente aggiustamento della politica economica cinese con il voluto rallentamento della crescita nasce anche, infatti, da una presa di coscienza da parte delle autorità cinesi delle conseguenze laceranti sul piano sociale, geografico (contrasto fra città e campagna) e ambientale di una crescita accelerata ma fortemente diseguale e sbilanciata.
In America Latina si notano miglioramenti sostanziali, con riduzione nella disparità dei redditi in Cile, in Argentina, in Brasile ed anche in Messico – se paragonati agli anni ’80--- . In Brasile i risultati delle politiche pubbliche volte a combattere la povertà e a ridurre gli squilibri sono stati notevoli. Tuttavia bisogna considerare che i tassi di diseguaglianza nel continente latinoamericano erano altissimi tanto è vero che, malgrado i miglioramenti, rimangono di gran lunga i più alti del mondo. La disparità tra redditi minimi e alti arriva a 20 volte in Messico e Argentina (senza calcolare il peso delle ricchezze accumulate attraverso attività criminali e narcotraffico) e a quasi 40 volte in Brasile. Questo è, nelle linee generali, il quadro di un mondo profondamente diseguale nel quale sembrano non funzionare più i meccanismi di redistribuzione e di riequilibrio con conseguenze – che esamineremo – sulla coesione delle nostre società e persino sulla natura delle nostre democrazie.
Ma quali sono i cambiamenti strutturali che hanno finito per cancellare quasi del tutto gli effetti di quello che fu chiamato il Secolo Socialdemocratico e per risospingere il livello di diseguaglianza alla situazione dell’inizio del ‘900? Per capire le ragioni di questo cambiamento bisogna muovere dalla considerazione che un ruolo essenziale nella redistribuzione del reddito è stato svolto dagli stati nazionali e dalla finanza pubblica tramite politiche fiscali progressive e forme di redistribuzione della ricchezza attraverso la fornitura di servizi, la garanzia di diritti fondamentali, a partire da quello alla salute e all’istruzione, e i trasferimenti monetari sotto forma di sussidi e sostegno al reddito per le famiglie più povere. Tutto questo sistema è entrato profondamente in crisi con la globalizzazione economica e finanziaria. Il Fondo monetario stima che l’aumento del coefficiente di Gini dal 1990 al 2012 sia stato in media di 5 punti per il reddito pre---tasse e di 3 punti per il reddito post---tasse. Come si vede l’effetto correttivo dei sistemi fiscali è ormai estremamente limitato. Come esaminato in uno studio di Piketty e Seats del 2006 il ruolo redistributivo dello stato si è notevolmente attenuato negli ultimi 40 anni. I livelli di imposizione fiscale per i più ricchi che erano pari al 90% in Francia, 70% negli Stati Uniti e 50% in Inghilterra negli anni ’70, sono ora pari al 35% nei paesi anglosassoni e al 60 in Francia. La pressione fiscale è invece aumentata per le classi medie. Un’analisi dei componenti dei sistemi di tassazione mostra una costante riduzione della tassazione sui redditi da capitale mentre cresce l’imposizione sul reddito da lavoro delle persone fisiche. Questo nasce naturalmente anche dall’estrema facilità nella mobilità dei capitali e dal sistema di concorrenza fiscale nell’attrazione di capitali che tocca il suo apice perverso nella esistenza di veri e propri paradisi fiscali.
Questo ha favorito il rapido sviluppo di una classe di superricchi su scala globale. Si tratta di cittadini del mondo che detengono una ricchezza enorme e che operano al di fuori delle norme fiscali e spesso al di sopra di ogni legge. Nel 2014 Forbes ha annunciato che il numero dei miliardari tra il 2009 e il 2014 – in un periodo di grave crisi economica mondiale – è raddoppiato e che questi circa 1600 miliardari detengono attualmente 6,4 trilioni di dollari. Gli alti manager finanziari hanno retribuzioni quattro o cinque volte superiodi a quelle in vigore negli anni ’80 e, negli Stati Uniti, la retribuzione di un manager (o CEO) è più di 250 volte il salario medio di un lavoratore dipendente. Allo stesso tempo molti economisti e uomini politici hanno messo in luce il riemergere di diseguaglianze orizzontali che vanno al di là delle disparità di reddito o ricchezza e riguardano differenze o discriminazioni per gruppi: discriminazioni tra uomini e donne; tra gruppi etnici e divario di opportunità tra generazioni. Negli Stati Uniti un lavoratore bianco guadagna in genere il 12% in più della media, mentre un lavoratore afroamericano è al di sotto della media in genere del 34%. Le lavoratrici donne in generale guadagnano circa il 79% di quello che guadagnano gli uomini. La disoccupazione giovanile è mediamente più alta del tasso normale di disoccupazione e particolarmente in Europa è al 20% contro una media del 9% con picchi vicini al 50% in paesi come la Spagna e l’Italia.
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È di questi giorni la notizia che l’assurdità del mondo in cui viviamo è arrivata al punto che vi sono 62 persone che posseggono una ricchezza pari a quella della metà più povera del pianeta: cioè in 62 dispongono dello stesso reddito di cui dispongono oltre 3 miliardi di esseri umani. Queste sono contraddizioni oramai drammaticamente insostenibili anche perché nel villaggio globale della comunicazione ciò che per decenni era sostanzialmente nascosto viene oggi esibito ed è quindi da tutti percepito divenendo così un fattore di rabbia e di rivolta sociale.
Ma oltre ai fenomeni di povertà estrema ciò che è avvenuto in questi anni è un progressivo impoverimento delle classi medie e una riduzione della quota del reddito che va ai lavoratori dipendenti. È cresciuta la povertà dei minori e delle famiglie con figli nelle quali entra un solo reddito. Tutto ciò tende a ridurre le possibilità di accesso alla istruzione e ai servizi sanitari rendendo in questo modo le diseguaglianze delle vere e proprie barriere insormontabili.
Occorre riflettere non soltanto sulle conseguenze sociali della diseguaglianza, ma sugli effetti che essa ha sull’andamento dell’economia. Il paradigma neoliberale a lungo dominante è stato quello secondo cui le differenze di reddito sono una condizione necessaria a favorire la crescita economica e il dinamismo della società. Oggi questo non è più assolutamente vero: in realtà la frantumazione della società e l’impoverimento di una parte importante di essa rendono fragile lo sviluppo economico. In fondo anche la crisi dei mutui subprime che ha innescato il credit crunch americano è nata nel momento in cui la famiglia media statunitense non è stata più in grado di pagare il mutuo per la casa, proprio perché si era impoverita. Poi un mercato finanziario spericolato e speculativo ha enormemente moltiplicato gli effetti di questo fenomeno originario. È evidente che una società diseguale produce un restringimento del mercato interno e una riduzione dei consumi, dato che la concentrazione della ricchezza in poche mani non favorisce certamente i consumi diffusi. La caduta dei consumi, in un mondo in cui la competizione globale rende sempre più difficile fondare la crescita in modo esclusivo sulle esportazioni, è una delle ragioni della crisi e della lentezza e fragilità della ripresa economica. Inoltre nelle nostre società si è fortemente ridotta la mobilità sociale, per le ragioni che ho illustrato, e si è registrata una caduta della produttività del lavoro perché è del tutto evidente che c’è un nesso tra qualità delle retribuzioni e qualità delle prestazioni lavorative. In Europa abbiamo subito per troppi anni un pensiero economico dominante – una sorta di saggezza convenzionale – secondo cui la riduzione della spesa sociale e la rinuncia a politiche fiscali di redistribuzione del reddito attraverso significativi prelievi sulla rendita finanziaria avrebbero portato ad una più alta capacità competitiva dell’economia europea. Non è stato così. L’accumulazione delle risorse finanziarie si è accompagnata a una caduta degli investimenti e non a quella crescita che, al contrario, era attesa. Mentre appare evidente che un più elevato investimento sociale a favore della salute e dell’istruzione e un sistema di protezione più efficiente per i disoccupati per non abbandonare le persone nei momenti di difficoltà hanno un ruolo fondamentale per la formazione e il miglioramento del capitale umano e quindi del principale fattore competitivo in un’epoca in cui l’economia è basata sempre di più sulle conoscenze e sulle capacità degli individui. Non può esserci una ripresa solida senza una svolta profonda che vada in questa direzione correggendo gli squilibri strutturali che la globalizzazione selvaggia ha determinato.
Alcuni anni fa in un bellissimo saggio: ”The spirit level”, due ricercatori di valore internazionale Richard Wilkinson e Kate Pickett hanno analizzato il rapporto che esiste tra le diseguaglianze e le varie forme di malessere sociale. La ricerca va al cuore dei problemi che investono le nostre società. Ciò che risulta particolarmente interessante è che non si tratta di un saggio ideologico, ma di una ricerca empirica, ricca di dati e di raffronti concreti e quindi in grado di offrire molti spunti di analisi e di riflessioni. In particolare ciò che si esamina è la correlazione esistente tra livelli di diseguaglianze e varie patologie sociali – violenza, criminalità, diffusione delle malattie, tendenze al suicidio, ecc. – che investono le comunità umane.
Il risultato più significativo di questa ricerca è che risulta con chiarezza che per i paesi al di sopra di un reddito pro capite medio (questo non vale naturalmente per i paesi più poveri) non vi è una correlazione proporzionale fra livello del Pil e qualità della vita delle persone. Per qualità della vita si intende la risultante di un insieme di diversi indicatori: durata della esistenza, assenza di patologie gravi, qualità dell’ambiente, dell’aria che respiriamo, dell’acqua che beviamo, qualità dei consumi con particolare attenzione ai consumi di beni culturali: insomma, tutto ciò che rende la vita più degna di essere vissuta. Ebbene non è affatto detto che nei paesi più ricchi si viva meglio e si viva di più. Il British Medical Journal già nel 1996 aveva scritto, presentando numerose ricerche sul rapporto tra sperequazione dei redditi e salute: “la considerazione conclusiva che si impone è che i livelli di mortalità e di salute in una società sono influenzati non tanto dalla sua ricchezza complessiva, quanto dalla maniera in cui tale ricchezza è distribuita. Quanto più uniforme è la distribuzione della ricchezza tanto migliori sono le condizioni di salute della popolazione”.
La diseguaglianza risulta associata ad una minore speranza di vita, a tassi di mortalità infantile più elevati, ad una minore altezza media, alla diffusione dell’Aids e della depressione.
Gli Stati Uniti sono certamente, ad esempio, un paese in cui la durata media della vita, il peso della violenza, l’incidenza delle malattie, la diffusione della droga e perfino della obesità sono assai maggiori di molti paesi europei che pure godono di una ricchezza pro capite nettamente inferiore. La qualità della vita – appunto the spirit level – è invece direttamente proporzionale al livello di eguaglianza e sono le diseguaglianze che rendono le società infelici. La diseguaglianza genera ansia, rancore, disgrega i vincoli comunitari e favorisce la criminalità che, come voi ben sapete, può diventare in taluni paesi l’unica via di promozione sociale e di facile accesso al reddito.
Può apparire paradossale, ma paesi che tagliano la spesa pubblica sociale, nella sanità, nell’assistenza e nell’istruzione che sono fattori essenziale di promozione sociale, finiscono per spendere più di ciò che hanno risparmiato in misure di sicurezza, addetti alla vigilanza, amministrazione delle carceri e mantenimento di popolazioni carcerarie che diventano abnormi rispetto alle percentuali fisiologiche in rapporto alla popolazione. Insomma il costo sociale della diseguaglianza, anche per le finanze pubbliche, è spesso assai maggiore delle risorse che sarebbero necessarie per ridurre e prevenire gli squilibri più insostenibili.
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Sarebbe interessante approfondire il rapporto tra livello delle diseguaglianze interne ai singoli paesi e il tema della diseguaglianza internazionale tra paesi ricchi e paesi poveri. Un dato che colpisce certamente è che normalmente i paesi meno diseguali e meno ingiusti (come per esempio la Svezia, la Norvegia o il Giappone, ecc.) sono normalmente più sensibili ai bisogni dei paesi poveri ai quali mediamente destinano aiuti allo sviluppo quattro volte maggiori, in proporzione al proprio reddito nazionale, rispetto alla media degli altri paesi. È interessante osservare come nei paesi dove c’è maggiore diseguaglianza sociale tende a prevalere nelle classi dirigenti un tasso maggiore di egoismo e di aggressività al punto che questi paesi sono spesso i principali protagonisti di misure di militarizzazione e di conflitti. La diseguaglianza è quindi inversamente correlata all’ “indice globale della pace” così come è stato elaborato da “Visions of Humanity” in collaborazione con l’Economist Intelligence Unit. Anche in altri campi i paesi ricchi meno diseguali si differenziano rispetto alla media per posizioni tendenzialmente più favorevoli ai paesi poveri e comunque più favorevoli a scelte coerenti con valori e principi umanitari. Si tratta di paesi spesso tra i più impegnati per la difesa dei diritti umani e in prima fila nella ricerca di soluzioni efficaci contro il riscaldamento globale e per la riduzione delle emissioni di CO2. Insomma pare che le diseguaglianze incidano sulle interazioni sociali all’interno delle società condizionando anche gli atteggiamenti prevalenti nella materia delle relazioni internazionali. Forti disparità economiche incoraggiano comportamenti egoistici, scarsamente responsabili verso gli altri e verso le future generazioni; si accompagnano quindi all’emergere degli aspetti peggiori della natura umana. Società più eguali influiscono sulla fiducia, sullo spirito comunitario e predispongono gli individui ad essere più affiliativi ed empatici e meno aggressivi. Ovviamente questi atteggiamenti sono fortemente legati al diverso livello di stress e di competizione individuale che esiste in società caratterizzate o meno da forti squilibri: da una parte la tendenza è all’individualismo; dall’altra parte allo spirito comunitario.
Joseph Stiglitz ha spiegato che la diseguaglianza è una scelta politica; o comunque il frutto di decisioni o di mancate decisioni politiche. È evidente che questa responsabilità della politica nel generare o mantenere diseguaglianze nasce da un complesso di ragioni. Fra queste pesa – ne parleremo – la crescente impotenza degli stati nazionali a regolare fenomeni economici e finanziari globali; ma pesa anche il condizionamento esercitato da potentati finanziari ed economici e più in generale da gruppi sociali privilegiati sulle istituzioni politiche. Bisogna dire che la crescita degli squilibri sociali e il declino della democrazia sono due fenomeni paralleli che caratterizzano la crisi che stiamo vivendo.
Vi è innanzitutto il tema del ridotto potere degli stati nazionali. Naturalmente questo non riguarda i “super stati” come gli USA o la Cina che sono in grado con le loro decisioni di influenzare l’insieme dell’economia mondiale; tuttavia riguarda la grande maggioranza degli stati. La libera circolazione dei capitali ha largamente indebolito la possibilità dei singoli stati di operare politiche di riequilibrio attraverso sistemi fiscali progressivi, dato che la rendita finanziaria sfugge in gran parte alla fiscalità. Il peso della speculazione e dei mercati finanziari condiziona drammaticamente le politiche pubbliche: è sufficiente che crescano i tassi di interesse sul debito pubblico di un singolo paese perché questo si trovi privato delle risorse essenziali per l’istruzione, per la sanità, ecc. Le agenzie di rating contano più dei governi nazionali nel determinare il destino degli stati. In questo quadro le sedi delle decisioni si spostano dalle istituzioni democratiche e controllabili (governi e parlamenti) verso istituzioni finanziarie ed economiche non trasparenti e non controllabili. Non si tratta soltanto delle istituzioni finanziarie internazionali di cui molto si è parlato. Anche in una realtà di grande e forte tradizione democratica come l’Europa le istituzioni dell’Unione vengono percepite come organismi tecnocratici lontane dai cittadini e si alimentano sempre di più un sentimento antieuropeo ed illusioni di tipo nazionalistico.
Questa impotenza della democrazia genera rischiose tendenze: da una parte quella all’abbandono e alla rinuncia. Cala la partecipazione al voto, in particolare ne risultano progressivamente sempre più esclusi i ceti popolari e i più poveri che percepiscono il voto come inutile e il risultato irrilevante ai fini della possibilità di cambiare la propria condizione di vita. Dall’altra parte cresce un sentimento di rabbia e di rivolta che dà luogo, in molti paesi, a movimenti che in modo ambiguo vengono chiamati populisti. In realtà questa parola può assumere molti e diversi significati perché può esservi un populismo di destra alimentato dal razzismo e dal rifiuto degli immigrati, per esempio, e orientato contro le istituzioni democratiche; ma vi sono anche forme di populismo che incitano alla rivolta contro le élite finanziarie e i poteri economici e che assumono quindi un segno politico e ideale del tutto diverso.
In generale ciò cui si assiste è, in parallelo ad un indebolimento e frammentazione dei grandi corpi sociali, della politica tradizionale. E certamente, per esempio in Europa, dove per molti anni il conflitto politico si è innervato intorno al confronto fra una destra liberista e una sinistra di impronta socialdemocratica, assistiamo oggi all’emergere di nuovi conflitti e di nuove linee di frattura: ad esempio quello che divide l’establishment – cioè l’insieme della politica tradizionale – dai movimenti antiestablishment e quello crescente tra forze di ispirazione nazionalistica o localistica e forze politiche che sostengono il progetto europeo: una sorta di conflitto tra globalizzazione e antiglobalizzazione nella dimensione del nostro continente.
Accanto a questo cresce una crisi delle forme della politica tradizionale. Si indeboliscono i partiti e la partecipazione non solo alle forze politiche ma anche alle associazioni sociali e ai sindacati. Questo apre la strada a tre fenomeni: la frammentazione politica; l’estrema personalizzazione delle competizioni politico-elettorali; il peso sempre più determinante dei mezzi di comunicazione nel momento in cui le tradizionali forme di rapporto fra partiti e società si indeboliscono o si annullano. È evidente che in sistemi politici di questo tipo il denaro assume un peso sempre più determinante. Cresce il costo delle campagne elettorali – fino alle dimensioni inverosimili assunte negli Stati Uniti d’America – con la conseguenza che i gruppi economici e finanziari partecipano in modo determinante a precostituire gli esiti rafforzando così il loro potere di condizionamento sulle forze politiche. A tutti i livelli la politica diventa un esercizio riservato ai più ricchi. Mentre nel passato attraverso i partiti era possibile promuovere all’interno della classe dirigente anche individui provenienti dal mondo del lavoro e dai ceti sociali più deboli, oggi questo diventa sempre più difficile perchè solo chi è in grado individualmente di procurarsi le risorse per vincere elezioni primarie e poi essere eletto può sperare di farcela; ed è davvero raro che possa trattarsi di un operaio, di un contadino, di una massaia. La diseguaglianza diventa così non soltanto un fatto economico e sociale, ma condiziona radicalmente la vita politica, limitando la democrazia e riportandoci verso forme di selezione censitaria della classe dirigente che sembravano essere tramontate da oltre un secolo. Per di più è abbastanza difficile che sistemi politici dominati dai ricchi abbiano al centro delle loro occupazioni il destino dei poveri.
Quella che si presenta di fronte alle forze progressiste e di sinistra è davvero quindi una sfida assai impegnativa e, allo stesso tempo, fondamentale per il nostro destino. Scrisse un grande pensatore italiano, Norberto Bobbio, che l’ideale della eguaglianza è ciò che distingue la sinistra dalla destra. Si è pensato in anni più recenti che si trattasse di un’idea vecchia. Il fallimento dell’egualitarismo comunista aveva reso obsoleto il riferimento al termine dell’eguaglianza e al massimo si poteva citare, con pudore, l’esigenza di una società in grado di offrire pari opportunità, come se questo fosse realisticamente possibile senza garantire a monte una distribuzione equamente ragionevole dei redditi. Questa timidezza della sinistra ha lasciato il campo ad un liberismo selvaggio e senza regole che ha dimostrato, oltretutto, non solo di produrre intollerabili squilibri ma anche di non essere in grado di garantire una crescita solida e duratura. È tempo che riprendiamo con vigore il nostro ruolo e ricerchiamo con energia i rimedi.
Lotta alla povertà, soprattutto alla povertà crescente dei bambini e dei più giovani; progressiva diminuzione delle diseguaglianze e creazione di nuove opportunità di promozione sociale per chi proviene dai ceti sociali meno abbienti non sono obiettivi facili da perseguire. Essi richiedono strategie complesse e forte determinazione e soprattutto la capacità di agire a vari livelli perché è evidente che occorrono nuove politiche a livello nazionale, delle comunità locali; ma, soprattutto, ed è la cosa più difficile, a livello internazionale.
Anthony Atkinson, Thomas Piketty e il già ricordato Joe Stieglitz – solo per citare i più celebri cultori – hanno recentemente messo questi temi al centro della loro analisi ed anche messo in campo diverse interessanti proposte. C’è un nuovo pensiero economico di impronta neokeynesiana che si afferma nelle università e nella saggistica. Purtroppo questo nuovo pensiero non riesce ancora ad esercitare un ruolo sufficientemente incisivo sulle scelte politiche.
È interessante osservare come tutti questi autori si concentrino su una premessa essenziale. Non si può affrontare la sfida alla diseguaglianza senza rilanciare il ruolo della politica: cioè il primato della politica sull’economia. In questi oltre vent’anni di predominio neoliberista il pensiero dominante è andato nella direzione esattamente opposta. “Alla politica non resta altro compito che eseguire i compiti che l’economia assegna” così è stato scritto. Tutto il meanstream neoliberista ha avuto un forte carattere antipolitico e antidemocratico sulla base dell’idea che si debba lasciar fare al mercato e che l’unico compito delle istituzioni politiche è quello di liberare appunto il mercato dal condizionamento di troppe regole e vincoli. Questa ideologia ha avuto effetti fallimentari perché non solo si sono prodotte profonde ingiustizie, ma si è determinata una grande instabilità fino alla drammatica crisi che a partire dal 2007 ha investito l’economia mondiale. Oltre a ciò si è in questo modo – come abbiamo osservato – logorata la democrazia e la fiducia dei cittadini. Non a caso Stieglitz: “Il prezzo dell’eguaglianza”, parlando degli Stati Uniti d’America mette, in conclusione l’accento proprio sul funzionamento della democrazia. Bisogna tornare egli scrive ad una democrazia fondata sul principio “una persona un voto” e non su quello: un dollaro, un voto. Bisogna impedire che il potere economico e finanziario possa manipolare e controllare l’informazione. Ed egli arriva persino a ipotizzare l’idea – assai ardita per gli USA – che si possa arrivare a rendere obbligatoria la partecipazione al voto per riportare a votare i poveri e tornare così ad avere una democrazia effettivamente inclusiva. Altrimenti egli vede il rischio che alla fine la gente si riversi nelle strade e che movimenti di vario genere, da Syriza in Grecia a Podemos in Spagna a Occupy Wall Street negli Stati Uniti, finiscano per scuotere i sistemi politici occidentali un po’ come le Primavere arabe hanno sconvolto il panorama del Medio Oriente. Ma anche per chi non condivida visioni apocalittiche appare del tutto chiaro che la politica – in particolare la politica di sinistra – deve tornare ad intervenire, deve operare per plasmare le forze del mercato, deve orientare con regole e azioni pubbliche la crescita verso modelli più equi e sostenibili. Non è un caso che lo scontro su questi temi tra i democratici americani e il populismo neoliberista di Donald Trump stia caratterizzando in modo così radicale l’avvio della prossima campagna presidenziale. È dunque evidente che senza un forte recupero dell’azione dello stato difficilmente si correggeranno le tendenze in atto. Su questo mette l’accento una giovane studiosa molto interessante come Mariana Mazzuccato nel suo: “Entrepreneurial State”, ma lo stesso Bill Clinton, riflettendo sulla sua esperienza, ha avuto modo di riconoscere che nel corso degli anni ’90 i progressisti hanno sottovalutato il ruolo essenziale dello stato affidandosi con eccessivo ottimismo alle forze del mercato.
Che cosa possono dunque fare gli stati nazionali? Naturalmente non sottovaluto la difficoltà di una politica ristretta nei confini nazionali che deve confrontarsi con una economia globale. Tuttavia esiste una possibilità di azione per gli stati nazionali. Possono essere varati programmi specifici di lotta alla povertà e alla emarginazione attraverso sussidi e forme diverse di inclusione sociale, soprattutto per i minori. È necessario ridurre la pressione fiscale sul lavoro, combattere il lavoro nero e precario e malpagato. È possibile orientare le politiche pubbliche verso il sostegno all’occupazione sia attraverso incentivi, sia favorendo ogni forma di innovazione tecnologica capace di creare nuovo lavoro anziché di cancellare quello esistente. Si può e si deve introdurre nei diversi paesi un salario minimo garantito, come per esempio è stato deciso, su pressione della SPD dal governo tedesco.
Vi sono poi proposte interessanti e ancora più radicali come quella di introdurre ciò che viene definito un reddito di partecipazione, garantito dallo stato per tutti i disoccupati che sono disponibili a forme di lavoro sociale, come assistenza di bambini o anziani non autosufficienti sia presso strutture pubbliche sia attraverso un impegno di volontariato presso associazioni. Ciò varrebbe anche come forma di inclusione e di formazione professionale allo scopo di evitare che quote importanti della popolazione – particolarmente giovanile – finiscano totalmente emarginate nelle mani della criminalità o della droga. Alcuni studiosi ritengono che si dovrebbe estendere la partecipazione dei lavoratori alla proprietà delle aziende anche per garantire una più equa ripartizione dei profitti. Ed è infine interessante l’idea che lo stato possa garantire un capitale d’avvio a ciascun giovane che si affaccia all’età lavorativa che possa poi essere restituito nel tempo in relazione ai risultati che egli potrà conseguire. Vi sono naturalmente anche diverse altre idee per politiche di inclusione, di recupero sociale ed è comunque fondamentale che queste politiche si accompagnino a più forti investimenti sulla formazione e sulla educazione non soltanto in età giovanile, ma come formazione permanente in grado di riqualificare le persone in relazione all’innovazione tecnologica e sociale.
Naturalmente la condizione fondamentale perché queste politiche siano sostenibili consiste nel rilancio di una fiscalità equa che sia al tempo stesso fortemente progressiva e orientata a premiare il lavoro e la produzione e a penalizzare la rendita e la speculazione finanziaria. Si tratta evidentemente della sfida più difficile anche perché è pressoché impossibile attuare una politica di questo tipo (che pure fu fondamentale per sostenere le politiche di welfare nel secolo scorso) all’interno di un solo paese e senza un forte coordinamento internazionale. Questo vale per la fiscalità ma anche per altri aspetti della governance economica. Mi sembra ad esempio impensabile che si possa oggi avere un accordo internazionale di libero commercio che non preveda stringenti clausole sociali e ambientali. Insomma il tempo della deregulation dovrebbe essere finito dopo i disastri cui abbiamo assistito negli ultimi anni. Ma sul terreno fiscale e finanziario questa collaborazione è davvero imprescindibile. Thomas Piketty si spinge a proporre una imposta mondiale progressiva sul capitale accompagnata da un altissimo gradi di trasparenza finanziaria internazionale. Io ritengo che si tratti di un’idea giusta e penso anche che ci sarebbe bisogno di istituzioni in grado di garantire e sostenere la applicazione di questo principio. Non mi sembra folle immaginare una World Tax Administration. Nell’Unione Europea è stato da tempo discussa e approvata dal parlamento e dalla commissione la proposta di istituire una tassa sulle transizioni finanziarie. Purtroppo essa non è mai stata messa in pratica a causa del veto di alcuni paesi membri dell’Unione. E veniamo qui al nodo essenziale che è quello della volontà e della forza politica. Rileggendo qualche giorno fa la dichiarazione dei leader del G20 con cui si concluse il summit di Londra del 2 aprile del 2009 noi possiamo ritrovarvi molti degli obiettivi che dovrebbero caratterizzare la battaglia di un’alleanza progressista mondiale. Nei mesi che vennero dopo la grande crisi il mondo apparve pervaso da uno spirito nuovo e furono enunciati molti buoni propositi: farla finita con i paradisi fiscali; combattere i fondi speculativi attraverso forme stringenti di controllo e di tassazione; introdurre robusti programmi di lotta alla povertà e di sostegno ai paesi meno sviluppati; riformare le istituzioni finanziarie internazionali, ecc. ecc. Purtroppo la gran parte di questi obiettivi sono rimasti sulla carta e finita l’emozione e la paura suscitate dalla crisi molti hanno pensato che si potesse tornare al “business as usual”. Hanno certamente pesato che i grandi poteri finanziari globali e la capacità di influenza che essi hanno sulla leadership dei diversi paesi che esercitano un ruolo di guida nel mondo. C’è bisogno di una sinistra coraggiosa e di leader progressisti che, senza pretendere di compiere improvvise rivoluzioni vogliano con coraggio riprendere le mosse da ciò che i leader dei maggiori paesi hanno già promesso al mondo e poi non hanno avuto la forza di fare. Questo per i partiti e i movimenti di ispirazione socialista, progressista e democratica è una prova d’appello. Se non saremo in grado di muoverci con determinazione all’altezza di questa sfida verranno altri protagonisti – e già in Europa se ne vedono i primi annunci – a prendere il posto che abbiamo occupato per lunghi anni nella storia. Io sono fiducioso che una spinta importante potrà venire proprio da questo continente latinoamericano che ha conosciuto in questi anni il protagonismo di una sinistra viva e combattiva che potrà stimolare e aiutare ciascuno di noi a fare il proprio dovere per mettere riparo alle ingiustizie del mondo di oggi.  

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