Vi racconto l'Iraq che ho visto

23 Giugno 2003


Massimo D'Alema è appena tornato da Baghdad dove alla guida di una delegazione dell'Internazionale socialista ha incontrato i dirigenti della ex-opposizione irachena. Gli chiediamo una valutazione sull'esito della missione.

In questi giorni sei stato testimone della situazione drammatica e paradossale in cui si trova l'Iraq: la guerra è finita, eppure ancora si spara e si uccide. Che impressione hai ricavato?
«Paradossale non so. Drammatica certo. È un paese in cui di colpo è venuta meno ogni autorità. Baghdad ha 4 milioni di abitanti con enormi problemi di sopravvivenza. Non si raccoglie più l'immondizia, le macerie sono ovunque, ogni tanto manca la luce e le scorte di cibo marciscono nei frigoriferi spenti. Chi si aspettava la libertà, la democrazia, il benessere, la felicità universale oggi si sente deluso. Poi c'è anche chi, legato al vecchio regime, reagisce e tenta di riorganizzarsi. Qui vedo errori madornali commessi dagli americani. Ad esempio lo scioglimento dell'esercito. Come dire la bellezza di quattrocentomila persone, molte delle quali ora si ritrovano disoccupate ed umiliate. Situazione pericolosa, visto che una parte di costoro ha conservato le armi. Poi c'è la debaathizzazione della società. Una scelta comprensibile, purché sia attuata con saggezza. Ricordiamoci che quello di Saddam era un regime di massa, con una sua base di sostegno abbastanza ampia. Il Baath aveva centinaia di migliaia di iscritti. Non possono essere tutti emarginati indiscriminatamente. Insomma, c'è una parte della popolazione che si sente direttamente colpita e prova un senso di frustrazione. Un'altra che è preoccupata perché non si sente sufficientemente protagonista dei cambiamenti in atto, e vede tradite le promesse di autogoverno».

Veniamo alla ragione del viaggio: incontrare assieme a una delegazione dell'Internazionale socialista (Is) i partiti e i movimenti dell'ex-opposizione in vista di una conferenza sul futuro democratico dell'Iraq che l'Is conta di ospitare a Roma in luglio. Missione compiuta?«Direi di sì. Abbiamo ricevuto una grande accoglienza. La nostra era la prima missione politica del dopo-Saddam, ed è stato notato con soddisfazione dai nostri interlocutori il fatto che noi fossimo lì non ospiti della coalizione anglo-americana, ma delle forze politiche irachene, e in particolare dell'Unione patriottica del Kurdistan (Upk) che fa parte dell'Is. Già la prima sera abbiamo partecipato ad un ricevimento e preso contatto con 52 diverse realtà politiche, religiose, singoli intellettuali. La televisione locale ne ha mostrato le immagini. È stato insomma un evento. Verso di noi abbiamo notato grande interesse e una massima disponibilità a venire a Roma per la conferenza, ostacoli tecnici a parte (ad esempio il nullaosta americano). Questo vale non soltanto per i gruppi di orientamento progressista, ma anche ad esempio per lo Sciri (Consiglio supremo della rivoluzione islamica in Iraq), cioè il partito sciita più vicino al regime iraniano. Informalmente, nei locali della Delegazione diplomatica italiana, abbiamo anche incontrato membri dell'autorità della coalizione, in particolare il rappresentante inglese Sower, ex-consigliere diplomatico di Tony Blair».

Tra i vari partiti nemici della dittatura, prima della guerra c'erano divergenze sull'opportunità e i modi dell'intervento armato. Oggi le posizioni sembrano ravvicinarsi nel segno di una critica al modo in cui gli Usa stanno gestendo il dopo-Saddam. È così?
«Sulla guerra quelle divergenze restano. Sciiti e comunisti ad esempio restano dell'idea che sia stata uno sbaglio. Altri pensano che gli Usa abbiano avuto comunque il grande merito di liberarli. Io non ho cambiato opinione, ma certo, vista da vicina, la dittatura di Saddam appare come un libro ancora tutto da scrivere, di inimmaginabili orrori. Comunque, il tema ora è un altro. Alcuni dei nostri interlocutori sostengono questa tesi: gli americani hanno fatto quello che dovevano, è meglio che restino altrimenti sarebbe il caos, però ora bisogna costruire una democrazia e a questo scopo l'Europa può aiutarci più degli Usa. I più avveduti infatti sono critici verso gli americani, che non mantengono l'impegno all'autogoverno iracheno. Vorrebbero che un organismo ad interim iracheno affiancasse la coalizione nella gestione del potere. Io credo che gli americani ne trarrebbero essi stessi vantaggio. Faccio un esempio. È difficile per loro garantire la sicurezza. I check-point, i presidi stradali, sono affidati a soldati pesantemente armati, che non hanno alcuna esperienza di ordine pubblico, sicurezza urbana. Quando un corteo di disperati si mette a tirare sassi, loro sanno solo fare due cose: sparare o scappare. Poiché scappare non possono, sparano. È già accaduto più volte, anche a Baghdad durante la nostra permanenza».

Cronisti e analisti politici segnalano due tipi di pericoli incombenti. La situazione sfugge di mano agli americani e degenera in una guerra di tutti contro tutti, arabi contro curdi, sunniti contro sciiti. Oppure si precipita verso una nuova oppressione, non più baathista ma teocratica, di stampo sunnita o sciita. Timori esagerati?«Sono rischi reali. Sinora però lo sforzo delle principali forze politiche muove da una piattaforma comune. Vogliono rapidamente essere associati alla gestione del potere, e sanno che possono riuscirci solo se restano uniti. C'è una guerriglia anti-americana, ma a quanto ci hanno spiegato è condotta da gruppi legati al vecchio regime. Ex-militari, funzionari di partito, e anche estremisti sunniti. La cosa è solo apparentemente contraddittoria, perché il regime baathista aveva le sue roccaforti proprio negli ambienti sunniti. E infatti non ci sono azioni armate contro gli americani né nel nord curdo né nel sud sciita. L'area di instabilità si trova fra Baghdad e Tikrit, dove Saddam aveva il maggiore sostegno, una zona tradizionalmente sunnita. Fra i curdi, dopo l'accordo fra l'Upk e i democratici di Barzani, c'è armonia, e tutti assicurano che vogliono autonomia federale ma nell'ambito di un Iraq unito. Quanto agli sciiti, Adil Abdul Mahadi, consigliere politico di Hakim, capo dello Sciri, ha quasi ostentatamente insistito sulla necessità di un Iraq multireligioso e pluralista, assicurando che il loro obiettivo non è fare come in Iran. Reggerà tutto ciò. Non lo so. E proprio per questo è importante che non vada perso questo spirito costituente, questo clima da Cln. È questo il momento in cui vanno aiutati e incoraggiati. La nostra missione aveva questo scopo. È importante che le nuove forze politiche irachene non abbiano rapporti solo con gli occupanti, ma sentano intorno a sé una solidarietà internazionale più ampia».

L'Onu può ancora fare qualcosa?«Sicuramente. Oil for food è ancora adesso il principale sostegno economico del paese. Ma scade il 25 novembre ed è impensabile che prima di allora l'Iraq sia già in grado di provvedere ai propri bisogni. Il cinquanta per cento degli abitanti sono disoccupati, e c'è un diffuso timore per l'impatto sociale negativo che potrebbe avere un programma di privatizzazioni selvagge eventualmente decise dall'autorità americana in loco. Servono invece trasformazioni graduali. L'Iraq è un paese potenzialmente ricco. Una risorsa fondamentale, oltre al petrolio, è l'acqua. I partiti iracheni vogliono tornare il più presto possibile ad essere padroni in casa loro. Qui sta il maggior punto di frizione con gli Stati Uniti, che sono riusciti a far passare all'Onu una versione riduttiva della partecipazione irachena al potere: non governo provvisorio, ma amministrazione ad interim».

Ecco, l'impressione è che Bush dopo avere escluso l'Onu dalla gestione della crisi, ora voglia quasi escludere gli iracheni dalla gestione dell'Iraq? Si può arginare in qualche modo questa ostinazione recidiva?«Innanzitutto sarebbe sbagliato dire agli americani: avete voluto fare la guerra, ora arrangiatevi. No, proprio noi che siamo stati contrari all'attacco, siamo venuti a Baghdad per testimoniare che ci sta a cuore il futuro democratico del paese. L'Italia può fare cose utili. Non inviando soldati a partecipare ad un'occupazione illegittima, ma fornendo aiuto umanitario e appoggio alla ricostruzione. Del resto credo che gli Usa comincino a rendersi conto che rischiano di impantanarsi, che lo stillicidio di attentati e imboscate è più difficile da affrontare che non la guerra, dove la loro supremazia era soverchiante. Per ora hanno contro di sé solo una minoranza di elementi pro-Saddam. Ma se rompessero con gli sciiti o con i curdi, per loro la situazione diventerebbe ingestibile. Dobbiamo aiutare gli americani a correggere i propri errori. La conferenza che l'Internazionale socialista organizzerà a Roma servirà anche a questo».

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