D'Alema: sinistra, dopo la guerra devi appoggiare Blair

La Stampa - «Il premier inglese ha già ottenuto un successo, l'America rinuncia al governatorato militare. Ora serve una strategia per affiancare e condizionare l'amministrazione Usa: senza aprire fronti in Siria» 15 Aprile 2003

Presidente D'Alema, la sinistra sostiene che la guerra in Iraq sia stata illegittima e avrà effetti disastrosi, aggravando la frustrazione delle popolazioni arabe e radicalizzandone le posizioni. Però dal Medio Oriente arrivano anche segnali diversi. In Arabia Saudita la casa regnante avvia, seppur timidamente, un processo di modernizzazione; l'Iran potrebbe inaugurare rapporti meno conflittuali con gli Stati Uniti; il primo ministro israeliano Sharon annuncia di esser pronto a ridiscutere gli insediamenti e a trattare con i palestinesi. Conseguenze positive, quindi...
«Io continuo a pensare che questi risultati si sarebbero potuti ottenere anche senza una guerra e senza migliaia di morti. Se gli americani avessero esercitato una pressione convinta su Israele, probabilmente Sharon avrebbe già da tempo accettato di ritirarsi dalle colonie anziché incrementarle, ottemperando a quel che le risoluzioni dell'Onu gli chiedono da vent'anni. Il che non vuol dire non riconoscere che gli Stati Uniti siano stati spinti ad intervenire in Iraq anche da motivazioni apprezzabili: promuovere la democrazia, eliminare il rischio di armi di distruzione di massa, combattere il terrorismo. La mia preoccupazione però è che la guerra sia controproducente, che rafforzi il fondamentalismo islamico e spinga, in assenza di un quadro di legalità internazionale, tutti i paesi del Terzo mondo, i più o e i meno affidabili, verso una corsa a dotarsi ai armi ai distruzione di massa. Naturalmente molto dipenderà da come verrà gestito il dopoguerra. Se la strada è quella di aprire un altro fronte contro la Siria, non mi sembra che il futuro sia rassicurante. Il vero problema è invece vedere se esiste una strategia in grado di affiancare ma anche di condizionare l'amministrazione americana, facendole accettare il ripristino della legalità internazionale all'interno dell'Onu e riportandola sulla via delle decisioni condivise».

E' la direzione nella quale si sta muovendo Tony Blair. Secondo lei è una politica velleitaria o ha qualche chance di riuscita?

«Non mi sembra una linea velleitaria e, pur restando fermo il dissenso sulla guerra, credo che vada sostenuta con forza. Il governo inglese ha fatto pressione perché la ricostruzione in Iraq non fosse affidata a un governatore americano come era stato annunciato dall'amministrazione Bush, che aveva perfino indicato il nome di un generale per quel ruolo, e ha invece puntato a un coinvolgimento dell'Onu. Su questo fronte Blair ha già ottenuto un successo, perché gli Stati Uniti si sono resi conto della necessità di un approccio in qualche misura multilaterale e hanno rinunciato al governatorato militare. Il grado di questo coinvolgimento internazionale per ora non è chiaro, dipenderà anche da come si muoveranno l'Onu, l'Unione europea, i paesi arabi, ma non c'è dubbio che rispetto all'idea originaria gli americani abbiano in parte corretto la rotta, anche accennando alla necessità di coinvolgere da subito rappresentanze civili e religiose del popolo iracheno nel futuro del paese. Quanto all'altro tema qualificante della politica inglese, rilanciare le trattative di pace tra Israele e i palestinesi, l'intervista di Sharon che lei ricordava dimostra che qualcosa si muove».

Però una parte dell'Ulivo, Sergio Cofferati ad esempio, non perdona a Blair l'intervento militare in Iraq. Oliviero Diliberto ha dato al premier inglese addirittura del «pazzo guerrafondaio».
«Io faccio parte di una sinistra che non ha una visione esclusivamente nazionale della politica, che aderisce all'Internazionale socialista e che, pur senza rimuovere le ragioni del dissenso sulla guerra in Iraq, pensa che sia positivo discutere con i laburisti inglesi. E' vero: noi stiamo preparando un convegno che si terrà a luglio a Londra dove Amato ed io ci incontreremo con Blair. Ma vorrei far sapere a chi critica queste posizioni, che a quel meeting parteciperanno anche Schroeder e Lula, entrambi contrari alla guerra ed entrambi additati come modelli di comportamento. Pensare che il conflitto in Iraq possa dare vita alla Terza internazionale, come accadde per la Prima guerra mondiale, è una stupidaggine. E' venuto il momento di ritrovare posizioni comuni di tutta la sinistra europea».

Giuliano Amato è d'accordo con lei sulla necessità di sostenere gli sforzi dei laburisti inglesi, e sottolinea il pericolo del riemergere dà un antiamericanismo viscerale a sinistra. Vede anche lei questo rischio?
«In questi ultimi mesi ho temuto due cose: il risorgere di posizioni radicali e pregiudizialmente antiamericane e il rinchiudersi della sinistra italiana in un isolamento provinciale. E' inutile nascondersi che un sentimento di avversione nei confronti degli Stati Uniti esiste, ma va anche detto che si tratta di posizioni minoritarie enfatizzate dalla stampa. La stragrande maggioranza dei nostri elettori non la pensa così. Io credo che non sia stata soltanto la guerra a far riemergere le tendenze radicali, è da quando noi siamo stati sconfitti alle elezioni che esiste il rischio del rafforzamento di posizioni di pura resistenza e protesta. Ora invece bisogna fare uno sforzo per riaffermare il profilo di una sinistra riformista e di governa, legata a uno schieramento internazionale».

La collaborazione dell'opposizione alla buona riuscita del semestre italiano di presidenza dell'Unione europea, da lei accennata qualche giorno fa, va in questa direzione. Non teme però che provochi nuove polemiche e nuovi strappi con la sinistra di Cofferati, irriducibile avversaria di qualsiasi dialogo con questo governo?
«Non so se ci saranno nuovi strappi o nuove polemiche. A me sembra un'ovvietà che la presidenza del semestre comporti una partecipazione di tutte le forze politiche alla definizione della politica estera nell'interesse del paese e dell'Unione europea. Naturalmente il governo deve dirci che cosa intende fare, perché noi non siamo disposti a collaborare con scelte che riteniamo sbagliate. Dando per acquisito che l'Italia non otterrà la firma del nuovo trattato europeo durante il semestre, le priorità sono tre. Primo, lavorare a una coraggiosa riforma in senso europeista delle istituzioni dell'Unione. Secondo, ricucire le posizioni dei quindici dopo il trauma della guerra. Terzo, rilanciare il dialogo con il mondo arabo e le trattative di pace in Medio Oriente. Se è possibile una convergenza su questa linea, un'opposizione responsabile deve dare il suo contributo».

E ritiene che non ci sarà un fuoco di sbarramento contro questa prospettiva?
«Spero di no e mi auguro che la si smetta di usare etichette tra noi. Anche perché queste sono sciocchezze, è un modo di raffigurare noi stessi e il nostro dibattito pubblico che è umiliante per il paese. Il problema è che comportamenti normali altrove, come la convergenza fra maggioranza e opposizione su linee condivise di politica estera, in Italia sono ostacolate. Dalla sinistra massimalista, certo, ma anche dalla maggioranza, perché non è che nel centrodestra noi abbiamo molti interlocutori credibili. Basti pensare al Parlamento inchiodato a discutere di vicecapitali e altri pasticci simili; o alla tracotanza che arriva ad ingiungere all'opposizione di fare l'autocritica sulla guerra se vuole dare il proprio contributo. Questi sono modi che sinceramente mi ricordano la mia infanzia, sono cose pensate da ex comunisti che hanno conservato la parte peggiore della loro formazione giovanile. E per finire, il comportamento del governo sull'Iraq: siamo stati non belligeranti finché è durata la guerra e siamo diventati belligeranti quando è finita e quando Berlusconi è balzato sul successo americano soprattutto a fini di politica interna».

Una tattica che gli ha permesso di non scontentare né gli americani, né Ciampi, né il Papa.
«Dal punto di vista del rapporto con l'opinione pubblica e con alcune istituzioni può darsi che il presidente del Consiglio sia stato astuto. Dal punto di vista di quel che dovrebbe fare un uomo di stato mi lasci dire che si è confermato inadeguato».

L'invio dei nostri carabinieri in Iraq può essere un primo banco di prova di possibili convergenze?
«L'idea di una iniziativa unilaterale italiana, per mandare in Iraq i nostri soldati non mi pare convincente. L'idea che vadano laggiù i paesi amici degli americani rischia di approfondire le divisioni con le popolazioni arabe e fra gli stessi alleati occidentali. E di approfondire le divisioni non ha bisogno nessuno, tanto meno l'Italia che si avvia ad avere il semestre di presidenza dell'Unione europea. Perché marcare le differenze tra europei sarebbe sbagliato anche rispetto al compito di ricucitura che ci compete per ragioni istituzionali. L'Italia deve concorrere invece a una iniziativa europea, questo sarebbe un discorso ragionevole. Un contingente europeo contribuirebbe a riavvicinare le posizioni dei paesi divisi dalla guerra e aprirebbe la strada a una legittimazione del Consiglio di sicurezza dell'Onu».

D'accordo, ma nelle prossime ore vi troverete a votare in Parlamento il via libera a soldati italiani. Che cosa farete?
«In queste condizioni non potremo votare nulla. Domani inizia il vertice europeo di Atene: si discuta in quella sede. Oggi in Iraq ci sono già moltissimi soldati. Il problema vero ora è una urgente iniziativa umanitaria e per la ripresa della vita civile nelle città irachene. In questo quadro non siamo contrari a un impegno italiano. Naturalmente, l'ideale sarebbe che ciò avvenisse sotto l'egida dell'Onu. Ma se per ora ciò non è possibile, quantomeno è necessaria una volontà comune dell'Unione europea in tal senso. Questo dovrebbe essere l'impegno del nostro paese, tantopiù alla vigilia del semestre di presidenza».

di Umberto La Rocca da LA STAMPA





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