D'Alema: ma il governo non poteva ignorare

11 Maggio 2004
da Il Mattino

Via i marines dalle città irachene e dal carcere degli orrori di Abu Ghraib, al loro posto arrivi subito l'Onu. «Occorre una forza multinazionale sotto l'egida delle Nazioni Unite per gestire la transizione politica, militare e civile dell'Iraq»: è la «svolta» che Massimo D'Alema rilancia per chiudere quello che definisce «un disastro non soltanto politico ma anche etico per l'Occidente, colpito nei suoi valori di rispetto dei diritti umani che avrebbe voluto affermare in Iraq». Ma proprio qui arriva anche un affondo preciso: per il presidente dei Ds, ieri a Napoli per impegni elettorali da capolista della Lista Prodi all'europarla-mento nella circoscrizione Sud, «il governo italiano non poteva non avere percezione o almeno il sospetto delle torture verso i prigionieri, visto che le denunce erano arrivate ben prima delle foto, con i rapporti di Amnesty international che ho letto personalmente».

In Italia cresce lo sdegno per le atrocità ad Abu Ghralb. Il presidente della Camera Casini ha sollecitato la coalizione a fare subito pulizia pena un'ombra sull'intera missione in Iraq. Come valuta questo richiamo?
«Apprezziamo la preoccupazione di Casini. E stato l'unico, di fronte alla posizione così reticente del governo italiana, a sollevare la questione. Tuttavia qui non siamo di fronte ad alcuni episodi, ma a un meto-do che documenti internazionali ripropongono da Guantanamo all'Afghanistan fino all'Iraq. I responsabili di questo approccio, a cominciare dal segretario Usa alla Difesa Rumsfeld, devono essere mandati via. Quindi, forse, più che pulizia occorre un cambiamento radicale, come chiediamo da tempo».

Il governo, nel condannare torture, ha sostenuto e sostiene di esserne del tutto all'oscuro.
«Fin qui il governo ha cercato di non prendersi le sue responsabilità, di farsi assolvere per manifesta incapacità di intendere e di volere. E il governo del "non sapevamo", delle "tre scimmiette". E sinceramente è una immagine abbastanza meschina».

Vuol dire che non potevano non sapere?
«Vede, io ripenso a una intervista che mi colpì molto una ventina di giorni fa dell'ammiraglio Di Paola, cioè del capo di stato maggiore della Difesa: una delle cose di cui si sentiva orgoglioso, affermava testualmente, era che "i nostri militari non sì stanno comportando come gli americani". Ho l'impressione che se il capo di stato maggiore delle nostre forze armate ha detto una cosa del genere, fosse difficile per chi si trovava fianco a fianco con gli americani, non avere la percezione degli avvenimenti. E siccome conosco molto bene la lealtà e la serietà dei nostri militari, credo che quello che sapevano loro lo sapesse anche l'autorità politica. Ecco perché ritengo legittimo che anche in Italia si ponga il problema della corresponsabilità politica e morale. Oltre a concentrarci su come risolvere la tragedia irachena».

Appunto: tra Lista Prodi e sinistra radicale molto si dibattuto e ci si è lacerati sul ritiro dei soldati.
«Il punto non è il ritiro dei militari italiani, ma la svolta. La nostra posizione è chiara: porre sotto la responsabilità dell'Onu la gestione politica, militare e civile della transizione. Questo disastro richiede immediatamente un passo indietro degli americani».

Intanto è polemica anche sulla visita di Bush il 4 giugno.
«Il 4 giugno è il sessantesimo anniversario della liberazione di Roma dai nazifascisti, non credo che la sinistra possa correre il paradossale rischio di contestarla. Certo, la visita di Rush cade in un momento inopportuno e sarebbe stato saggio per il governo italiano concordarla in altra data, così da evitare traumi c tensioni. Detto questo, ribadisco che andare a fischiare alle Fosse Ardeatine è una provocazione insostenibile. Ma è altrettanto evidente che non possiamo confonde-re l'America che ha combattuto nazismo e fascismo con la politica di Rush. Avevo proposto città vuote e vessilli della pace, c'è chi vuote dire sempre più uno per toglierci magari qualche voto. Invece fa danni».

E da leader della sinistra non prova qualche imbarazzo ad arrivare agli appuntamenti chiave divaricati tra voi riformisti, sinistra radicale e fronte pacifista?
«Alcuni di questi piccoli partiti alleati alzano il tono della polemica per ragioni, appunto, elettoralistiche. Cossutta pacifista e berlingueriano non me la sarei aspettato. Ma ci sono limiti anche alla strumentalizzazione elettorale».

Con l'occhio al futuro, presidente: può una coalizione che si candida legittimamente a governare l'Italia essere divisa in permanenza proprio sulla politica estera?
«La Lista Prodi nasce come forza di governo, che vuoi dire capacità di assumersi responsabilità. Certo l'alternativa va costruita insieme ad altri partiti. Ma tanto maggiore sarà la forza di questa lista unitaria, tanto minori i condizionamenti degli alleati. Fin dalle europee l'importante è che il disagio diventi voto di alternativa e non solo di protesta».

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