Discorso
7 giugno 2012

Presentazione del volume “Vita e pensieri di Antonio Gramsci” di Giuseppe Vacca (Einaudi 2012) - Intervento di Massimo D’Alema<br>

Roma - Biblioteca del Senato “Giovanni Spadolini”, Sala degli Atti Parlamentari


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Gli oratori che mi hanno preceduto, nei loro interventi, hanno detto molte cose importanti, che condivido e cercherò di non ripetere. D’altro canto, non siamo qui per un convegno di studi gramsciani, ma per presentare un libro e valutarne il significato anche alla luce del dibattito più contemporaneo.
Io non sono soltanto un lettore di Antonio Gramsci, ma anche un lettore di Giuseppe Vacca da oltre 40 anni. E devo ammettere che Vacca ha scritto molti libri interessanti, ma non tutti sono così belli come questo. Si tratta di una lettura affascinante per via dell’intreccio tra vita e pensieri di Gramsci. Ne apprezzo, in particolare, il plurale del titolo, “pensieri”, perché non è soltanto una lettura del pensiero di Gramsci, cioè dei Quaderni, ma anche una ricostruzione dei diversi piani sui quali lui continuò a pensare e a combattere per cercare di riguadagnare la libertà.
Una lotta difficile, anche perché egli si impose un limite, che Vacca ricorda con una ricchezza documentaria inconfutabile: la sua lotta, in ogni caso, non avrebbe dovuto mai pagare il prezzo di una umiliazione di fronte a Mussolini e al fascismo. Gramsci si rivolse con estrema durezza a quanti, volendogli bene, cercarono comunque di liberarlo. E ogni qualvolta ebbe l’impressione che ciò potesse spingersi oltre il limite che egli aveva stabilito, reagiva con severità, verso Tania e verso chiunque gli sembrava potesse in qualche modo eccedere nelle concessioni a Mussolini e al fascismo.
Vi si legge, inoltre, tutto lo sforzo di Gramsci di continuare a pensare e lavorare, di sviluppare il suo programma di ricerca nella condizione carceraria e di condurre nelle forme possibili la sua battaglia politica nel partito e nel movimento comunista. In una situazione nella quale sempre più fu tormentato dal sospetto e dalla convinzione di essere stato abbandonato, sacrificato dal suo partito. Questo è un punto importante, perché il sospetto di Gramsci si concentrò solo verso il Pci, mai sull’Unione Sovietica. E ciò, in una certa misura, credo sia dipeso anche dall’influenza che ebbe la famiglia Schucht nell’orientare in questo senso i suoi dubbi. Voglio dire che questo rapporto tormentato va inquadrato dentro l’universo sovietico e la complessità dei legami che la famiglia Schucht ha avuto non soltanto con lo Stato sovietico, ma anche con le autorità di quel Paese, con il Partito comunista, con i Servizi di sicurezza. Ciò, quindi, ha condizionato anche il punto di vista di Gramsci, che si è sentito tradito dal suo partito e dai suoi affetti, in particolare nel rapporto difficoltoso con la moglie Julia.
Dalla lettura delle corrispondenze e delle vicende della famiglia, di cui ci siamo occupati pubblicando il volume “I miei nonni nella rivoluzione: gli Schucht e Gramsci” a cura di Antonio Gramsci Junior, sinceramente non sento di condividere quel cenno così avverso ad Apollon Schucht, al padre, al patriarca, perché il punto di vista di quest’uomo, profondamente ostile a Gramsci, è umanamente comprensibile. Quest’italiano, infatti, aveva profondamente sconvolto la famiglia Schucht, nel senso che, in modi diversi, tutte le figlie sono state legate, innamorate di lui, fino ad attivare una dinamica sconvolgente tra loro. Qui emerge una personalità di Gramsci in cui la forza sentimentale e passionale è qualcosa di straordinario.
Allo stesso modo, emerge il nesso tra l’aspetto personale e la dimensione politica, una politica che non soffoca la passione e il sentimento, ma si intreccia con esse. Ad esempio, il rapporto con la moglie Julia è di grandissima intensità sentimentale, ma è allo stesso tempo un rapporto politico: Gramsci sente il bisogno di lei come tramite politico oltre che, naturalmente, come donna.
Il fascino di questo volume è costituito proprio dall’intreccio tra la dimensione umana di Gramsci, con i suoi tormenti, la sua drammatica lotta per sopravvivere, nel contesto di una condizione che diventa via via più dolorosa per l’incalzare della malattia, e lo sviluppo della sua battaglia politica e della sua riflessione. Nel libro, infatti, è ricostruita in modo stringente, grazie alla ricchezza documentaria, la vicenda biografica e il nesso con il suo pensiero.
Dunque pensiero e pensieri, sulla base di un’indicazione di Togliatti, che offre una sua lettura di Gramsci, ma, allo stesso tempo, fornisce la chiave per darne un’altra. “State attenti -ammoniva, infatti, Togliatti- non leggete Gramsci come un filosofo che scrive teoremi. E’ un combattente politico. Lo dovrete leggere nel contesto della sua biografia di combattente politico, allora lo capirete”. Questo scrive Togliatti nel ‘58, dopo aver fornito la sua edizione dei Quaderni, compatibile con la strategia della via italiana al socialismo in quel determinato momento storico, quindi indubbiamente depurata di tutti gli aspetti non conciliabili. E ciò, se volete, ci vuole mostrare il cinismo e la grandezza di un leader politico: io Gramsci ve lo do, e ve lo voglio dare così, perché è così che oggi ci serve. Però vi dico anche che c’è dell’altro, andatevelo a cercare quando sarà il momento!
E’ questo lo spunto di partenza dal quale si muove Vacca, un work in progress che in questo libro trova il suo compimento più importante.
L’autore va a cercare quest’altro Gramsci, riletto alla luce della battaglia politica nella quale è impegnato e alla luce della sua vicenda umana, perché le due cose non sono scindibili.
E vi si trova tutta l’amarezza, l’asprezza del suo conflitto con il partito. In gran parte il sospetto, sostanzialmente ingiusto, perché è evidente che la liberazione di Gramsci sarebbe potuta avvenire solo grazie a un’iniziativa dell’Urss. Ma questa iniziativa non fu presa in nessun momento, perché non era considerata una priorità della politica estera sovietica.
Togliatti, al contempo, si trovava nella difficile condizione di dover convivere con lo stalinismo e gestire il rapporto con Gramsci, icona dissidente. Egli si pose evidentemente il problema che Gramsci non fosse scomunicato. Una preoccupazione che emerge chiara dal suo atteggiamento, non voglio dire per ragioni umane, ma per ragioni innanzitutto politiche, perché Gramsci scomunicato dal comunismo internazionale sarebbe diventato inservibile per fondare l’identità del Partito comunista italiano. Quindi, in una certa misura, Togliatti lo ha trasformato in un’icona, in qualche modo nascondendo la portata vera del suo pensiero. Un’operazione complessa.
D’altro canto, Togliatti va letto per quello che era. La grande differenza tra le due figure è nella loro personalità: da una parte c’è l’enorme carica passionale che si intreccia all’impegno politico e intellettuale, quella di Gramsci, dall’altra parte, c’è una dimensione di freddezza, di dominio razionale delle cose, in Togliatti. Una differenza che si riflette anche nei modi diversi in cui tutti e due reagirono quando entrambi, in condizioni disparate, molto meno drammatiche in Togliatti, si sentirono traditi dal loro partito.
A Togliatti accadde molti anni dopo, nel ’53, quando la direzione del Pci accolse la proposta di Stalin che lo voleva fuori dall’Italia a fare il segretario del Cominform, fatto che lui visse come un pesante tradimento. Una volta interrogai su questa vicenda umana Nilde Iotti: “Ma scusa cosa fece Togliatti?”, le domandai. E lei mi rispose: “Non ne parlò mai con nessuno”. Insomma, una certa differenza.
Se, dunque, egli non ne parlò mai con nessuno, ne fece motivo per accelerare il processo di rinnovamento del gruppo dirigente del Pci. Dopo pochi mesi, infatti, mandò via Pietro Secchia e lo sostituì con Giorgio Amendola. Senza amarezze e senza dibattiti. Si dice che Togliatti forse si lamentò solo con Amendola, il quale, avendolo invitato a fare un comizio a Napoli e avendogli detto che era indispensabile la sua presenza, si sentì rispondere da Togliatti: “Mi considerate così indispensabile che volevate lasciarmi a Mosca”
Il capitolo sull’egemonia, la lotta politica come lotta per l’egemonia, è il cuore della rilettura dei Quaderni che Vacca ci propone nel quadro della biografia umana e intellettuale di Gramsci. E’ una rilettura che aiuta a ricostruire anche il profilo unitario del pensiero di Gramsci, cioè a tenere insieme la questione meridionale (il cui saggio è il primo grande testo sull’egemonia) e la celebre lettera del 1926. Si tratta di una visione unitaria, secondo un’interpretazione, a mio parere non confutabile, per la quale Gramsci è venuto elaborando, attraverso un’evoluzione tra gli anni ’20 e i primi anni’30, un’altra strategia rispetto a quella dell’Internazionale comunista, un’altra lettura della crisi del 1929, un’altra visione della prospettiva della lotta contro il fascismo. Si potrebbe dire, in termini attuali, una lettura della globalizzazione incentrata, con straordinaria modernità, sulla contraddizione tra il cosmopolitismo dell’economia e il carattere asfitticamente nazionale della politica.
Qui risiede il cuore dell’universalità di Gramsci, altrimenti non si capirebbe perché sia studiato in tutto il mondo. Qui c’è un nucleo di riflessione che ha segnato uno dei punti più moderni del pensiero italiano del ‘900 e che ha avuto una grande influenza internazionale.
Guardiamo al dibattito americano di oggi: se Joseph Nye, aprendo il suo importantissimo volume sul soft power, ha sentito il bisogno di spiegare il significato di quel termine dicendo che è la traduzione nel linguaggio del pensiero americano del concetto di egemonia di Antonio Gramsci, ci rendiamo conto che questo contributo non può essere visto soltanto nell’ambito della vicenda italiana. C’è un’idea che si contrappone all’elaborazione del comunismo internazionale in quel determinato momento storico e che si spinge oltre.
Da questo punto di vista, a mio avviso, la grandezza di Gramsci è fuori discussione, ma credo che si possa ragionevolmente sostenere che in modo parallelo, per altre strade, se volete con una minore universalità, anche il Togliatti di “Corso sugli avversari” si muove nella stessa direzione. D’altra parte, cosa sono quelle lezioni sul fascismo se non una interpretazione della lotta come lotta per l’egemonia? Certo, a Togliatti mancavano queste categorie e devo immaginare con quale intensità intellettuale le abbia poi trovate in Gramsci. Ma in qualche modo c’è una corrispondenza. Ciò che colpisce in Gramsci è la creatività del suo pensiero in una dimensione più legata all’impegno politico quotidiano.
In ogni caso, non c’è il minimo dubbio che la tesi del Gramsci-eretico e del Togliatti-stalinista è storicamente falsa. Pure nei limiti dello stalinismo, infatti, Togliatti veniva elaborando un’altra strategia, che non a caso ha trovato nelle categorie di Gramsci il suo sostegno e anche il respiro teorico che in lui erano mancati.
A proposito del destino dei Quaderni, non è pensabile che un uomo come Togliatti potesse sopprimere un testo, perché al massimo lo avrebbe lasciato da qualche parte per il dopo, molto ben sorvegliato.
In realtà, egli compie un’altra operazione: comprende subito il valore dei Quaderni e ne fa il testo fondativo della via italiana al socialismo. Certo, ne offre una chiave di lettura che espunge quello che emerge oggi come un aspetto fondamentale, cioè l’elemento del conflitto con la strategia internazionale del comunismo sovietico. Si tratta di un aspetto che, in qualche modo, è nascosto dalla lettura dei Quaderni che Togliatti offre ai comunisti italiani. Ma -ripeto- nel ’58 lui stesso dice: “Attenti, perché rispetto a quello che io vi ho dato, all’uso che io ne ho fatto, c’è dell’altro”. Non perché l’avesse nascosto chissà dove, ma perché una rilettura dei Quaderni alla luce della vicenda umana e politica di Gramsci consente di comprendere, di interpretare, al di là dei codici gramsciani, il significato politico e teorico delle grandi innovazioni che egli produsse.
Il libro di Vacca, da questo punto di vista, è importante perché offre, in modo non declaratorio, ma con una meccanica suggestiva, una fotografia dei fatti reali, delle percezioni di Gramsci e delle relative differenze.
Gli interrogativi, in una certa misura, rimangono tutti. Anche se è evidente che a proposito della “strana lettera” del ’28 si inclina più per la versione togliattiana di Piero Sraffa.
Da lettore, il libro fa emergere due straordinarie figure: Tania e Sraffa. Il ruolo complesso, ambiguo, ma straordinario di Sraffa è veramente uno degli aspetti più suggestivi del testo.
Insomma, resta aperto un campo di indagine per gli studiosi, ma la lettura politica e il Gramsci fondatore di una tradizione politica, che non è una variante italiana dello stalinismo, si manifesta con forza. E in questa prospettiva, Togliatti non era l’antagonista, ma colui che in una condizione molto diversa, e certamente con minore universalità e creatività di Gramsci, ha tuttavia lavorato nella stessa direzione.
Ora, tutto ciò è fondamentale perché investe il giudizio che si dà sulla storia della democrazia italiana. Noi viviamo, da ormai 15 anni, in un’epoca in cui, a mio parere, il terreno principale della battaglia delle idee consiste nel fatto che si è cercato, in parte si è anche riusciti, di costruire una nuova stagione della storia della Repubblica sulla base della demolizione della storia democratica del Dopoguerra. Una demolizione passava e passa attraverso la delegittimazione della tradizione comunista. Un’operazione volta a diminuire tutta la storia dei partiti popolari a una storia di consociativismo e corruzione, in un’Italia ridotta all’anomalia di unico Paese dell’Occidente in cui il comunismo sovietico è riuscito a mettere un suo accampamento e in cui vi è una tradizione del cattolicesimo politico.
Alla fine di questa operazione distruttiva, però, resta soltanto una democrazia fatta di singoli leader, di movimenti di opinioni, di liste civiche, dove anche i partiti diventano liste civiche se non hanno più storia, tradizione, radici. E c’è uno spostamento del potere reale dai partiti democratici verso il potere economico e quelle élite intellettuali che hanno sempre vissuto con fastidio la democrazia politica, ossia il fatto che non siano loro a decidere cosa fare in Italia, ma i partiti sulla base dei voti che riescono a ottenere.
Ecco, nelle ultime settimane questo fastidio è diventato evidente: abbiamo letto su grandi giornali che invece di votare bisognerebbe estrarre a sorte i parlamentari, abbiamo letto l’esaltazione dei tecnici, abbiamo letto di tutto… E badate che questa idea, che a mio giudizio porterebbe a un drammatico impoverimento della democrazia italiana, degli spazi reali di partecipazione, passa anche attraverso un’operazione culturale di delegittimazione. Certo, è chiaro, i partiti di oggi sono un’altra cosa, ma questa “altra cosa” o ha radici in una storia della democrazia di cui si riconosce il valore oppure non ha radici e quindi è priva di legittimità.
Perciò, la nostra non è una discussione così estranea ai temi attuali. Se Gramsci e Togliatti hanno fondato una grande tradizione, elemento costitutivo della democrazia italiana, e lo hanno fatto sulla base di una visione del mondo diversa da quella del comunismo sovietico, ciò significa che anche oggi la vita politica democratica può poggiare su queste basi. Non per ripercorrere lo stesso tracciato, che appartiene al secolo scorso, ma per dire: qui ci sono le nostre radici.
Se, invece, si accetta l’idea che Gramsci fosse un eretico, Togliatti un cinico stalinista e tutto quello che ne è seguito è stato semplicemente frutto dell’arretratezza e marginalità del nostro Paese, allora è chiaro che oggi non c’è spazio se non per una politica senza radici. Non senza partiti, nel senso degli apparati, perché quelli non ci sono già più, ma senza soggetti costitutivi della democrazia. E una democrazia senza soggetti è una democrazia degli opinion makers, in cui certamente gli interessi popolari contano molto meno.
Questa riflessione ha a che fare con l’oggi e anche per questo considero il libro di Vacca importante.
Grazie.

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