Intervista
24 dicembre 2013

Mano tesa all’Iran, Italia in prima linea

Intervista di Guido Moltedo - Europa


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Qualche giorno fa Massimo D’Alema. Poi è stata la volta di Emma Bonino, il primo ministro degli esteri europeo a visitare l’Iran dopo la recente apertura del dialogo con l’Occidente. E altre visite di alto livello dall’Italia sono attese a Teheran. Il canale di comunicazione tra l’Iran e il nostro paese in realtà non si è mai interrotto, e anzi, quindici anni fa sembrava si fosse addirittura normalizzato. «Nel 1999 – racconta D’Alema – ci fu una visita a Roma dell’allora presidente Khatami. Prodi, l’anno prima, era stato a Teheran. Allora, a cavallo tra il governo Prodi e il mio governo, si dispiegò un’iniziativa italiana allo scopo di sostenere Khatami, che era, ed è tuttora, autorevole rappresentante dell’ala riformista in Iran». Poi il periodo cupo di Ahmadinejad. Della «situazione nuova in Iran» parliamo con il presidente della Fondazione europea per gli studi progressisti (Feps), relatore d’onore all’Istituto per gli studi politici e internazionali (Ipis), su invito del ministero degli esteri iraniano.

Già, cosa resta della situazione vecchia?

Innanzitutto, parliamo dell’Iran, non dell’Arabia saudita, parliamo di un paese che va compreso nelle sue particolarità e complessità, di un paese di settantasette milioni di abitanti, patria di una delle più antiche civiltà al mondo, con una società civile articolata e una cultura ricca di personalità (si pensi solo al cinema iraniano). C’è stato un ricambio di gruppo dirigente che è anche un cambiamento di indirizzo politico, avvenuto democraticamente, certo sotto l’osservazione del potere teocratico e tenendo conto del peso che hanno tuttora le forze conservatrici, i pasdaran, che non è solo un movimento politico, paramilitare, ma anche una potenza economica. C’è un equilibrio di potere complesso, e lo dico anche perché sarebbe un grandissimo errore, e sarebbe la seconda volta, se non ci rendessimo conto che, se noi non tendiamo la mano alle forze riformiste che oggi governano l’Iran, il paese ritornerà nelle mani delle forze conservatrici.

Hai potuto parlare francamente con i tuoi interlocutori della sicurezza di Israele?

Si tenga conto che quello stesso istituto dove si teneva la conferenza ospitò il tristemente noto convegno sulla negazione della Shoah, e io, proprio per questo, ho voluto dedicare una parte della mia relazione al peso dell’olocausto, al fatto che occorre comprendere la preoccupazione così viva in Israele per la sua sicurezza. Ho anche detto che, come europei, ancora avvertiamo una profonda responsabilità morale per quella tragedia e solo se la ricordiamo possiamo realmente comprendere l’ossessione per la sicurezza sottesa alla politica e all’ideologia di Israele.

Nei tuoi colloqui a Teheran, si è parlato della questione siriana.

Ho avuto un lungo colloquio con il ministro degli esteri Javad Zarif e con uno dei suoi vice, che si occupa dei negoziati, e ho incontrato ‘Ali Akbar Hashemi Rafsanjani, una grande personalità politica in quel paese, il mentore dell’attuale presidente. E abbiamo concordato nel dire che sarebbe un errore non invitare l’Iran alla conferenza di Montreux. Un errore evidente. L’Iran ha interesse alla stabilità regionale, non ha alcun interesse ad alimentare il conflitto in Siria. Il veto alla partecipazione siriana viene dall’interno di un movimento nel quale è crescente la presenza di estremisti sunniti, legati ad al Qaeda. Che non mi sembrano interlocutori così brillanti. L’Occidente non è nuovo a simili abbagli. Io non so se in questo momento il problema principale sia l’Iran o non sia piuttosto l’estremismo sunnita. Che è un problema anche per il mondo arabo sunnita. E lo è sicuramente per la sicurezza internazionale. Quindi la situazione siriana è molto complicata e non se ne viene a capo senza un dialogo politico e senza il ritiro di tutte le forze straniere, Hezbollah compreso, ovviamente, con l’applicazione di un cessate-il-fuoco effettivamente garantito, la formazione di un governo di transizione rappresentativo.

Intanto la parte curda si sta staccando dalla Siria…

C’è il rischio di una frammentazione paurosa. Credo che, in cambio del riconoscimento, inevitabile, di un ruolo di potenza regionale, l’Iran possa impegnarsi per il ritiro garantito e controllato di tutte le forze dalla Siria. Peraltro, senza l’aiuto dell’Iran, non si può affrontare né il tema dell’Afghanistan, di quel che accadrà dopo il ritiro delle forze armate occidentali e in quale quadro di sicurezza, né affrontare la questione della lotta al traffico della droga, nella quale gli iraniani sono attivamente impegnati. Lo stesso vale a proposito della stabilità e della sicurezza in Iraq.

La questione del nucleare resta il nodo principale.

La leadership iraniana afferma di rinunciare all’energia nucleare per scopi militari e di offrire alla comunità internazionale tutte le garanzie di controllo e verifica, ma – dice anche – vogliamo essere riconosciuti per quel che siamo, un grande paese, senza il quale non può esserci stabilità in questa parte del mondo. A me pare un discorso sensato, bisogna vedere se loro sono in grado di portarlo avanti con coerenza e con trasparenza.

Nel caso di un effettivo “scongelamento” dell’Iran, le ripercussioni non sarebbero solo su scala regionale…

Be’, intanto, ci sarebbe un impatto economico enorme. Sarebbe per loro una spinta a uscire dalla crisi. E per l’Occidente ci sarebbero enormi opportunità…

Se avessi occasione di parlare con esponenti israeliani, come “racconteresti” l’Iran che hai visto?

Purtroppo, la destra al governo in Israele è intransigente, non ha fatto nulla a favore della pace. Ho visto che, di fronte all’apertura iraniana, Shimon Peres ha parlato di un’occasione che non va persa. Ci sono reazioni differenziate. D’altra parte l’Israele che vuole la pace non può che essere interessata a che sia disinnescato il pericolo nucleare iraniano. Detto tutto questo, è chiaro che andrà controllato e verificato qualsiasi accordo. Ma oggi disponiamo di strumenti di controllo e di verifica adeguati e persuasivi.

Un tema così importante, come quello iraniano, non entra nel dibattito corrente in Italia…

Siamo, come direbbero gli americani, un paese inward looking, ripiegato su se stesso, con un’informazione dolorosamente provinciale. Prima di partire ho informato il governo, e prima di accettare l’invito ho chiesto un parere. Sono stato incoraggiato dal ministro Bonino. Ma la mia è stata una missione “europea”: l’invito l’ho ricevuto in quanto presidente della Feps. Prima di me c’era stato Joshka Fischer. C’è un dialogo tra Europa e Iran, un dialogo interessante. Io penso che l’Italia abbia un ruolo primario. Il ministro Bonino ha preso alcune iniziative positive, per esempio sostenendo la partecipazione dell’Iran alla conferenza internazionale di Montreux sulla Siria.

Parlando di Europa e delle prossime elezioni europee, arriviamo alla questione dell’adesione del Pd al Pse…

Io, personalmente, ne faccio già parte e dunque sono in attesa trepidante di essere raggiunto dal Partito democratico… Penso senza dubbio che sia un fatto opportuno. Si può discutere, si può vedere se si può fare qualcosa di analogo a quanto si è fatto nel gruppo europarlamentare, allargando la denominazione a partito dei socialisti e dei democratici. Intanto, il Partito democratico della Serbia è membro osservatore del Pse e una volta che la Serbia sarà, come spero presto, membro dell’Unione europea, non saremo l’unico partito democratico a far parte del Partito socialista europeo.

Interessante la rapidità dell’iniziativa di Renzi, dopo che la discussione ruotava un po’ su se stessa da troppi anni.

Renzi ha tagliato un nodo che andava tagliato. D’altra parte in Europa da qualche parte dobbiamo stare. E dobbiamo stare nel campo riformista. Naturalmente ci staremo con la nostra identità, la nostra storia peculiare. Dobbiamo evitare una discussione teologica. Non è una scelta di campo ideologica, è una scelta politica. L’unica scelta ragionevole che possiamo fare. Serve a europeizzare la politica italiana, a farla uscire da una sorta di anomalia.

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