«Ci
siamo conosciuti nell'autunno del 1967, sulle scale della scuola Normale di
Pisa. Eravamo gli unici due iscritti al Pci, oltre al bibliotecario. Facemmo
appena in tempo a poggiare le valigie e subito andammo a una manifestazione
contro i fascisti che inneggiavano ai colonnelli in Grecia. Facemmo a botte,
fu il nostro battesimo».
Massimo
D'Alema non nasconde il turbamento per la scomparsa di Fabio Mussi. Due vite
che si sono incrociate per quasi sessant'anni attraverso il '68,
i primi contratti da funzionari del Pci, la svolta, il Pds, i governi del entrosinistra, fino alla separazione del 2007, quando Mussi
decise di non aderire al Pd. «Non abbiamo mai litigato nonostante i non rari
dissensi politici, l'amicizia si è sempre mantenuta», racconta D'Alema al
manifesto. Un momento di condivisione è alla fine degli anni Sessanta, quando
il gruppo del manifesto viene radiato dal Pci.
«Eravamo
contrari, Fabio che era nel comitato centrale votò contro, ma decidemmo di non
uscire. Rossana Rossanda ci rimase un po' male. Lui, che amava le citazioni
latine, mi disse "Extra
ecclesiam nulla salus"
Frase
che io gli ricordai nel 2007, quando lui decise di non aderire al Pd». «Nel 1969
eravamo funzionari del Pci e facevamo di nascosto gli abbonamenti al manifesto
che era ancora una rivista. Filippo Maone veniva alla Normale a incontrarci e
noi gli davamo i soldi che avevamo raccolto. In quei tempi per una cosa del
genere si veniva accusati di frazionismo e puniti severamente...».
«Lui
fu un grande sostenitore della svolta di Occhetto, io aderii con assai meno
passione. Ricordo che, in una discussione, per rispondere ad alcuni
intellettuali contrari alla svolta, definì il comunismo un "bambolotto di
pezza" e in tanti si infuriarono. Ma lui amava la battuta tagliente.
Oltre alle citazioni latine. Dopo le dimissioni di Occhetto, Fabio sostenne
Veltroni alla segreteria. E mi disse: "Amicus Plato sed magis amica
veritas". Lo ringraziai per il paragone con Platone, espressi qualche dubbio
sul fatto che dall'altra parte ci fosse la Verità...».
Vennero
poi gli anni del Correntone Ds, di cui Mussi ereditò la guida da Sergio
Cofferati, all'opposizione della segreteria Fassino
che era sostenuta da D'Alema. Fino alla nascita del Pd.
«Fabio
non ha avuto torto nel vedere la fragilità politica e culturale di quel
progetto, forse aveva ragione lui..». «E pensare», ricorda l'ex premier, «che
lui era stato ultra ulivista e l'Ulivo è stato prodromico del Pd. Io ho
resistito a lungo alla trasformazione del nostro partito, ho cercato di non
arrivarci. Alla fine ci siamo scambiati i ruoli, ma in politica le opinioni
evolvono».
Un
altro ricordo è dell'autunno del 1998, caduta del primo governo Prodi: «Io ero
segretario dei Ds, lui e Veltroni vennero nel mio ufficio a Botteghe oscure per
propormi di formare il nuovo governo. Io, a differenza di quanto è stato
raccontato, ero riluttante. Fu Fabio a parlare, condividemmo l'idea che
bisognava evitare un esecutivo istituzionale, il presidente Scalfaro non
avrebbe mai sciolto le camere perché eravamo in uno stato di pre-guerra nei
Balcani». «Mussi è stato una personalità importante della sinistra, pioniere
sui temi dell'ambientalismo. Ricordo la sua battaglia al congresso del Pci a
Firenze del 1986. Seppe rompere i tabù industrialisti, si battè contro il
nucleare. Fu uno dei protagonisti di quel congresso, e noi non eravamo
abituati a una discussione così serrata sulle tesi del congresso...».
Negli
ultimi anni le due visioni si sono riavvicinate nella critica al neoliberismo.
«Abbiamo condiviso una visione più critica della società capitalista, delle sue
contraddizioni. Ma abbiamo avuto meno occasioni di confronto,
ci siamo un po' persi di vista. L'ultima volta ci siamo sentiti alcuni mesi
fa, Fabio mi ha mandato il libro della moglie Luana sulla sua famiglia nella
Piombino operaia, che ho molto apprezzato. Tra noi il filo dell'amicizia non si
è mai spezzato. Ma sento il rammarico per non averla coltivata
anche negli ultimi anni».