Intervista
6 ottobre 2026

“Eravamo comunisti”, il libro di D’Alema dedicato ai giovani: “Sembro burbero, ma…”. E su Berlinguer, Marx, la Chiesa e Vannacci…

Intervista di Antonio Sanfrancesco - illibraio.it


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Che cosa resta di una vita politica quando si torna al principio? Restano le persone, i luoghi, i ricordi, gli scontri, gli amori, le convinzioni e anche gli errori. Massimo D’Alema torna a tutto questo in Eravamo comunisti (Feltrinelli), ripercorrendo gli anni della propria formazione e militanza giovanile fino alla fine del Pci, nel 1992, vigilia del terremoto di Tangentopoli e della fine della Prima Repubblica. Ci sono i genitori che si conobbero e si fidanzarono all’ambasciata sovietica, lui che a sette anni faceva il Pioniere comunista, il ragazzo che a Pisa si ritrovò in mezzo agli scontri tra studenti e polizia, il militante che alla Bussola di Viareggio fu coinvolto in una manifestazione finita nel caos e il giovane comunista che nel 1968, arrivato a Praga con lo zio sopravvissuto a Mauthausen, disegnò una svastica sui carri armati sovietici.


Ma c’è anche un D’Alema molto lontano dal personaggio pubblico che abbiamo imparato a conoscere. Quello che porta le tre donne della sua vita nello stesso teatro di Londra, lo Shaftesbury: Gioia a vedere Hair, Giusi Cats, Linda Chicago.


Il risultato è un ritratto autobiografico e, anche, di una generazione per la quale la politica era un modo di stare al mondo.

Onorevole D’Alema, quanto di quello che racconta è ancora attuale?

“Ho scritto questo libro per rivolgermi soprattutto alle nuove generazioni, proprio perché penso che l’esperienza della sinistra di ieri possa comunicare qualcosa al mondo di oggi”.


Il suo primo ricordo da bambino?

“Mio padre Giuseppe era dirigente del Pci e cominciai a fare politica a sette anni nei Pionieri, una sorta di boy-scout comunisti. Facevamo gite, teatro e molte altre attività. Era un intero mondo dell’infanzia organizzato intorno al Partito comunista, contrapposto a quello cattolico delle parrocchie e delle associazioni. Nel 1960 portai il saluto dei Pionieri al IX congresso del Pci e parlai alla tribuna del congresso. Avevo 11 anni. Il segretario era Togliatti”.


Che secondo alcuni, ascoltandola, disse: “Questo farà strada”, secondo altri “Questo non è un bambino, è un nano”.

“Lo incontrati quando con i Pionieri cercavamo di ottenere una sede nella sezione di Monteverde Vecchio a Roma. Gli chiedemmo aiuto e lui volle sapere tutto di noi. Era curioso, gentile. Poi ci disse: ‘Occupate la sede. Radunate gli iscritti e una domenica mattina forzate la saracinesca con un piede di porco’. Noi non sapevamo nemmeno cosa fosse un piede di porco, ma non osammo chiederglielo. Facemmo come ci aveva detto: occupammo l’appartamento e, quando arrivarono i compagni della sezione a protestare, rispondemmo semplicemente: ‘Ce l’ha detto il compagno Togliatti'”.


Lei scrive di aver vissuto il Sessantotto da militante triplo: il movimento, il partito e la Scuola normale di Pisa. Si è pentito di qualche intemperanza?

“Da giovani si commettono inevitabilmente degli errori e nel libro non li nascondo. Ma vivere il Sessantotto a Pisa, in quell’ambiente intellettuale, è stato per me un grande privilegio, un’esperienza straordinaria e formativa che ho vissuto fino in fondo come tanti miei coetanei. La mia generazione può essere criticata per i suoi errori, come ha scritto Emmanuel Carrère, ma non si può dimenticare ciò che quella stagione ha lasciato in termini di libertà e diritti”.


Enrico Berlinguer nel 1975 la nomina segretario della FGCI.

“Con lui ho avuto un rapporto particolare. Aveva ricoperto lo stesso incarico alla guida della Federazione giovanile comunista italiana e aveva una grande attenzione per i giovani. Abbiamo avuto molte occasioni di confronto e di dialogo. Nel 1979 mi mandò in Cina prima della sua visita ufficiale che segnò la ripresa dei rapporti tra il Pci e il Partito comunista cinese, e nell’84 mi portò con sé in Unione Sovietica per i funerali di Andropov. In un partito come quello di allora erano incarichi che esprimevano una particolare attenzione verso di me. Berlinguer ha contribuito profondamente alla mia formazione politica e ha avuto un grande peso nella mia vita”.


Nel privato com’era?

“Un uomo gentile, di grande civiltà, che aveva rispetto e attenzione verso gli altri. Non c’era in lui quell’arroganza che oggi sembra quasi essere considerata un attributo del potere e un segno di forza. Anzi, oggi vediamo spesso leader deboli che nascondono la propria debolezza dietro un atteggiamento aggressivo. Berlinguer era un uomo forte, perché aveva una personalità fortissima, ma la sua forza si manifestava nella gentilezza, nella capacità di ascolto e in un tratto persino timido nel rapporto con le persone”.


Sua madre, Fabiola Modesti, scomparsa nel 2008 e soprannominata in famiglia “il generale”, disse in un’intervista che, nel trattenere e nascondere i sentimenti, aveva preso da lei. È così?

“Con mio padre impegnato in politica, è stata lei a reggere gran parte della vita familiare, e ha avuto un peso enorme nella nostra crescita. Era una donna che, come si schermiva, non faceva ‘smancerie’: sembrava burbera, ma dietro nascondeva una grande affettività. Mio padre era molto più espansivo, io lo sono meno. Forse, su questo, aveva ragione mia madre: ho preso più da lei”.


In un’intervista di qualche anno fa ha ammesso di essersi curato poco della sua popolarità e alla fine è passata un’immagine sbagliata.

“Ormai è fatta: non si può rimettere il dentifricio nel tubetto. Sono stato quello che sono stato ma riconosco di aver finito, qualche volta, per offrire un’immagine di me che non corrispondeva fino in fondo al mio modo di essere. È successo che persone, dopo avermi conosciuto, mi abbiano detto: ‘Ma allora lei non è quello che pensavo!’. È troppo tardi per pentirsi di come si è stati nella vita, adesso bisogna accettarsi e basta”.


Con Achille Occhetto, il segretario che fece la svolta della Bolognina, che rapporto aveva?

“Non ci siamo trovati dal punto di vista umano. Questo però non mi impedisce di riconoscergli, come faccio nel libro, il coraggio di scelte che, a mio giudizio, hanno avuto un valore positivo nella storia della sinistra italiana e alle quali ha dato un contributo personale fortissimo, che considero insostituibile. Avevamo caratteri diversi e, pur avendo collaborato anche molto strettamente in momenti e su compiti politicamente rilevanti, non siamo mai diventati amici. Diverso è il rapporto con Walter Veltroni, di cui sono stato e sono amico, nonostante le tante leggende metropolitane che si raccontano”.


Dopo il crollo del Muro, Giovanni Paolo II le disse: “Ho combattuto il comunismo, ma adesso chi difenderà i poveri?”. Oggi, onorevole, chi difende chi è rimasto indietro? E perché, in Italia e in Europa, è la destra a intercettarne sempre più il disagio?

“Le destre non danno risposte ai poveri: ne cavalcano il malessere e lo indirizzano contro altri poveri, in particolare gli immigrati oppure contro le élite intellettuali. Insomma, mai in conflitto con quelli che la ricchezza l’hanno accumulata a dismisura, e che dalla destra sono protetti. In Italia le disuguaglianze sono aumentate e l’unica misura di protezione sociale che aveva contribuito a ridurle, il Reddito di cittadinanza, è stata cancellata dal governo Meloni senza che sia stata sostituita da una politica altrettanto incisiva contro la povertà. Il problema è che la sofferenza sociale cresce, ma nessuno sembra più in grado di darle una risposta. Nel mondo globalizzato e della libera circolazione dei capitali di oggi nessuno è in grado di dare risposte ai problemi dei poveri”.


Neanche la sinistra?

“Questo è il grande problema: i meccanismi di redistribuzione delle risorse si sono inceppati e lo Stato sociale si è indebolito. Se guardiamo con serietà alla storia italiana degli ultimi anni, l’unico periodo in cui l’indice di Gini (che misura la disuguaglianza sociale) è diminuito, è stato con i governi de l’Ulivo. E non è un caso: gli unici esecutivi che hanno investito in modo significativo nella scuola pubblica, sulla sanità – con la riforma Bindi – e nel Mezzogiorno sono stati governi di centrosinistra. Sono questi gli strumenti che possono ridurre le disuguaglianze e la povertà. Che la destra sappia cavalcare il disagio sociale non c’è dubbio. Il problema è che non ha saputo offrire risposte concrete”.


La sinistra cosa deve fare per tornare a vincere?

“Non dividersi. Quando avevo responsabilità politiche, mi davano fastidio quelli che, da fuori, dispensavano consigli. Non voglio quindi fare il consigliori di nessuno: spetta ai partiti trovare la propria strada. Però, quando vado in giro per conferenze, soprattutto per parlare di temi di politica internazionale, raccolgo sempre lo stesso appello dalle persone: ‘Siate uniti, smettete di litigare’. È quello che mi sento di trasmettere a chi oggi ha responsabilità politiche. Spero che ne tengano conto”.

Il Movimento 5 Stelle deve stare a sinistra?

“È una costola della sinistra, e questo è evidente anche sociologicamente, se si guardano i flussi elettorali. Con Conte ha compiuto un percorso: da un movimento nato contro tutti è arrivato a trovare nell’alleanza progressista la sua collocazione politica. Mi sembra un fatto positivo. Aggiungo un elemento che considero importante anche rispetto al significato di questo libro: l’area democratica che non sostiene l’attuale governo rappresenta una parte molto ampia del Paese. Alle ultime elezioni, i partiti che sono poi finiti all’opposizione hanno raccolto complessivamente un milione di voti in più di quelli che sono andati al governo. Non hanno vinto perché erano divisi. Questo dimostra quanto il problema dell’unità sia decisivo”.


Il generale Vannacci è un pericolo per la democrazia?

“Trovo aberranti molte delle sue posizioni e alcune anche pericolose. In parte non sono lontane da quelle con cui Giorgia Meloni è arrivata al governo e che poi, una volta a Palazzo Chigi, ha dovuto temperare ma Vannacci le propone spesso con una brutalità e una volgarità che colpiscono. Oggi la destra si presenta con un volto apertamente più radicale di quanto avesse mai osato fare nella storia repubblicana, abbandonando anche quella forma di autocontrollo che in passato sembrava imporsi. È un fatto che preoccupa”.


Non riguarda solo l’Italia.

“Attraversa tutto il mondo occidentale, ma la cosa più preoccupante è quello che sta accadendo negli Stati Uniti. L’Occidente ha vissuto la globalizzazione con l’illusione che avrebbe rafforzato la sua egemonia. Quando si è accorto che, al contrario, aveva contribuito a far emergere nuovi protagonisti e possibili antagonisti, è arrivata la reazione: il ritorno del nazionalismo, l’idea di una rivincita contro la globalizzazione e contro i cambiamenti del mondo. Il motto trumpiano “Make America Great Again” esprime proprio questa nostalgia per un passato che non può tornare. Ma pensare di riportare indietro le lancette della storia rischia di produrre conseguenze gravi e dolorose. È una sfida che riguarda tutte le forze democratiche, perché questa ondata ha anche un forte contenuto antidemocratico. Trump non è un problema soltanto per la sinistra”.

Qual è, secondo lei, il danno più grave che Trump sta provocando agli Stati Uniti e all’Occidente?

“Intanto bisogna capire che non è una parentesi. È stato eletto e rieletto e rappresenta un fenomeno profondamente radicato nella società americana. Quando nel 2020 fu sconfitto dai democratici, chiesi a Giorgia Meloni un contributo per la mia rivista Italianieuropei. Lei scrisse un articolo interessante e, in quel momento, anche coraggioso, affermando che Trump poteva anche perdere le elezioni, ma che il trumpismo sarebbe rimasto un fenomeno forte in America e nel mondo occidentale. Aveva visto giusto”.


Perché coraggioso?

“Come diceva Flaiano, la borghesia italiana corre in soccorso del vincitore. In quel momento, invece, Trump aveva perso e Meloni scelse di guardare oltre la sconfitta, riconoscendo la profondità del fenomeno. Trump oggi costituisce un serio fattore di rischio per gli equilibri mondiali, la legalità internazionale e il multilateralismo. Il paradosso drammatico della nostra epoca è che le due grandi potenze, Stati Uniti e Russia, che, in forme diverse, hanno contribuito nel Novecento a garantire la sicurezza del mondo oggi sono diventate entrambe fattori di instabilità. E questo non è un problema secondario: è una delle grandi questioni del nostro tempo”.


Oggi viviamo una fase internazionale caotica e potenzialmente drammatica: la guerra nel cuore dell’Europa, il Medio Oriente, la crisi dei rapporti tra le grandi potenze. Che cosa la preoccupa di più del futuro?

“Senza dubbio il tema della pace e della guerra. Quello che trovo più allarmante è che, in una situazione così drammatica, non ci sia una vera iniziativa politica dell’Europa che è l’unica speranza che abbiamo per reagire alla crisi americana e al pericolo rappresentato dalla politica di Putin. È paradossale vedere che oggi gli appelli al buonsenso arrivano da Paesi che in passato non erano protagonisti della scena internazionale, come la Cina e l’India. Quello che un tempo chiamavamo Occidente, e che rappresentava un presidio dell’ordine internazionale, della legalità, del diritto e dei diritti umani, sembra aver abbandonato quel ruolo. L’Europa dovrebbe assumersi maggiori responsabilità proprio in questa direzione. Il fatto che non lo faccia, in una fase così delicata, è ciò che mi preoccupa di più”.

Il populismo si alimenta anche della mancanza di riforme. Lei, con la Bicamerale, tentò di costruire un accordo sulle regole del gioco insieme a Berlusconi. Lo rifarebbe?

“Sì, perché le regole del gioco vanno scritte insieme. Quella esperienza non si concluse con un fallimento: i lavori terminarono con un voto quasi unanime sul testo della riforma. Berlusconi aveva condiviso quel percorso e votato a favore, poi cambiò posizione e fece saltare l’accordo. A mio giudizio fu un grave errore, per il Paese e, alla fine, anche per lui. La lezione resta valida: le regole della democrazia non si possono imporre a maggioranza. I ripetuti tentativi di approvare riforme costituzionali non condivise sono stati bocciati dagli elettori come dimostra anche il recente referendum sulla giustizia. E oggi si cerca una scorciatoia attraverso le leggi ordinarie, a cominciare da quella elettorale. In quale democrazia una maggioranza di governo cambia le regole elettorali alla vigilia delle elezioni in un modo che può favorire i propri interessi? A me sembra un comportamento grave e, soprattutto, il segno di una debole cultura democratica”.


Lei racconta una stagione in cui la politica era un’esperienza di vita totalizzante. Come si può oggi parlare di politica ai ragazzi?

“Non lo so, ma vedo tornare almeno in una parte dei giovani una passione politica. È anche per questo che ho scritto questo libro: ho raccolto i materiali della mia esperienza e, tra questi, ho scelto di raccontare soprattutto la mia formazione politica giovanile, quasi una biografia di formazione. L’ho fatto pensando a una generazione che torna in piazza, che riscopre la passione civile e politica e che, come accadde a noi, si confronta innanzitutto con un grande tema internazionale: la tragedia di Gaza e la questione palestinese. È un tema che sta avendo un’influenza molto forte sulla formazione dei giovani, forse molto più di quanto gli adulti riescano a vedere o comprendere. Quando una nuova generazione entra in politica, lo fa perché vuole cambiare il mondo”.

La vostra Gaza fu la guerra in Vietnam…

“Ne fummo profondamente colpiti e innescò una delle prime grandi spinte dei movimenti giovanili della nostra epoca. Per questo ho pensato che questa generazione possa trovare nel nostro percorso qualcosa di utile, non perché debba ripetere quella esperienza, ma perché la memoria può servire. Anche la memoria dei nostri errori”.


Dopo questa autobiografia giovanile scriverà un altro libro sulla fase successiva del suo impegno politico?

“È già pronto, in realtà, ma non so ancora se lo pubblicherò. Prima, però, sono curioso di capire come verrà accolto questo che racconta una storia non lontanissima nel tempo, ma che oggi può apparire molto lontana per esperienza e sensibilità. Voglio vedere se riuscirà a incuriosire le nuove generazioni”.


Le manca la politica?

“È una passione, e dalle passioni non ci si dimette. Io scrivo, faccio una rivista, vado in giro, dico la mia. Non ho responsabilità politiche, istituzionali o di partito, ma si può vivere benissimo anche così. Qualche volta mi viene voglia di rientrare nella mischia, non tanto per un rimpianto personale, ma perché penso di avere ancora qualche idea che possa essere utile. Però bisogna sapersi trattenere. Credo che il ricambio generazionale sia una necessità. Bisogna aiutare, per quanto possibile, le persone che ci sono oggi. Non mi piacciono quei vecchi dirigenti che girano davanti agli uffici dei responsabili politici in cerca di un incarico. È una parte che non intendo fare”.

Parliamo di libri. Cosa sta leggendo adesso?

“Sono un lettore onnivoro e amo particolarmente i romanzi. Ho appena finito Una vita come tante di Hanya Yanagihara e sto leggendo Il mondo di ieri di Stefan Zweig. Tra le mie letture giovanili ce n’è una che, a un certo punto, abbiamo pensato non fosse più utile per capire il mondo e che invece credo valga la pena rileggere: Karl Marx. L’ho letto da giovane e penso che oggi ci siano buone ragioni per tornarci”.


Perché è da riscoprire?

“Liberato dai dogmatismi del marxismo, è un autore profetico per molti aspetti della modernità e rileggendolo oggi si scoprono intuizioni di una impressionante attualità. Basti pensare al Frammento sulle macchine (che fa parte dei manoscritti preparatori al Capitale redatti tra il 1857 e il 1858, ndr), sul rapporto tra innovazione tecnologica e condizione umana che mostra una capacità sorprendente di interrogare il futuro”.


Il pensiero della vecchiaia e della morte la spaventano?

“È chiaro che non è una prospettiva gradevole. L’importante, però, è non lasciarsi paralizzare. Penso sia fondamentale continuare a vivere pienamente, perché se ci si lascia bloccare dal pensiero della morte, si finisce per morire prima. Il senso della vita è continuare a viverla”.


Qual è il suo rapporto con la fede e la spiritualità?

“Non sono credente. Devo però dire che nutro un grande rispetto per il mondo cattolico e che oggi, pur non avendo fede, non ho difficoltà a riconoscere alla Chiesa, soprattutto con il pontificato di Francesco e ora con quello di Leone, un ruolo fondamentale. È rimasta l’unica grande autorità morale del mondo occidentale capace di parlare in modo credibile dei diritti umani universali e della dignità della persona. E credo che oggi svolga una funzione importante. Riconoscere questo ruolo della Chiesa, però, è una cosa diversa dalla fede che appartiene alla dimensione personale e non può essere sostituita né imposta da nessuno”.


Ha rimpianti?

“Naturalmente ci sono diverse cose che avrei potuto non fare o fare meglio nella mia vita. Ma non riesco a farmene un cruccio, perché nel complesso vivo con serenità le battaglie che ho condotto e quelle che continuo tutt’ora”.







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