Primo: «Non so se c’è preoccupazione nel quartier generale dell’Ulivo per la supposta rimonta di Berlusconi. Io non sono affatto preoccupato. E aggiungo che farsi prendere dall’angoscia e dai patemi d’animo è il modo migliore per fare delle sciocchezze».
Secondo: «Non abbiamo ancora giocato le nostre carte. Abbiamo una classe dirigente diffusa e più credibile: sindaci, governatori, presidenti di Provincia... Dovranno scendere tutti in campo, cosa che non hanno ancora fatto».
Terzo: «Quel che occorre, ora, è imprimere una svolta alla campagna elettorale: che si parli finalmente dei problemi del Paese, sfuggendo alla trappola del dibattito su sondaggi più o meno addomesticati».
Parla Massimo D’Alema, ed è una specie di squillo di tromba che invita l’Unione alla carica. Basta timori, prudenze e polemiche retrospettive: è ora di avviare la campagna elettorale parlando di cose concrete e ignorando i trucchi mediatici del Cavaliere. Il presidente dei Ds dice anche del suo futuro («Nel governo del partito dobbiamo dar spazio a una nuova generazione») e attacca pesantemente Berlusconi per le sue alleanze politico elettorali con gruppi neofascisti.
Su questo, in particolare (il ritorno di una certa polemica sui cosiddetti «opposti estremismi», a partire da alcune candidature di Rifondazione e di gruppi dell’estrema destra) il suo attacco al premier è secco, tanto da portarlo a ricordare ed esaltare il ruolo e la storia del comunismo italiano: «Tentano di instaurare un parallelismo irricevibile, inaccettabile, perché i comunisti - può piacere o no - sono parte della democrazia italiana: hanno contribuito a conquistare la libertà, a scrivere la Costituzione e fanno parte del sistema democratico. I fascisti, invece, sono fuori legge». E insiste: «Rifondazione è un partito che ha milioni di voti, amministra città e Regioni: potrà avere al suo interno posizioni discutibili, ma è una grande forza nazionale che si richiama ad una delle tradizioni della democrazia italiana. Non è pensabile che si dica “noi abbiamo Tilgher ma voi avete Rifondazione comunista”».
Lei stesso, però, ha avuto da ridire su alcune candidature proposte da Bertinotti, no?«Se parla di Ferrando, le dico di sì: ma aggiungo che è tutt’altro problema. E in ogni caso Bertinotti, considerando che questo signore avesse detto cose incompatibili con l’immagine di Rifondazione, ha fatto una scelta di serietà, coraggiosa e coerente. Ma appunto: Bertinotti è il leader di un partito democratico, con all’interno posizioni estremiste; dall’altra parte ci sono semplicemente dei pericolosi gruppi neofascisti».
Però, come sa, né Tilgher né Fiore saranno candidati: non è sufficiente?«No. Berlusconi ha fatto un’operazione di recupero di interi movimenti e gruppi neofascisti: e a differenza di quel che scrivono i giornali, io non vedo nessuno stop. Il presidente del Consiglio ha stipulato un accordo con Rauti, con Romagnoli; ha fatto l’intesa con Alternativa sociale, che è un movimento i cui leader sono Alessandra Mussolini, Fiore e Tilgher. Che poi alcuni di loro non saranno in lista perché inquisiti per pestaggi o apologia del fascismo, è una mera questione di opportunità: ma il fatto politico è che il capo del governo sta sottoscrivendo un accordo con un movimento i cui leader sono personalità di primo piano dello squadrismo neofascista. La non candidatura di Fiore e Tilgher è la classica foglia di fico: quel che conta è che sono loro i leader del movimento politico con cui Berlusconi sta sottoscrivendo un accordo. E’ una cosa di una gravità inconcepibile, che non ha uguali in nessun Paese democratico al mondo. E penso alla difficoltà di Fini, che a dieci anni dalla svolta di Fiuggi si ritrova senza Fisichella e con compagni di viaggio così. Per lui, insomma, è quasi come dover ricominciare da capo...».
Eppure, nonostante quel che lei contesta, non solo il «sondaggio americano» ma anche rilevazioni di istituti italiani segnalano una certa ripresa della Casa delle libertà. E’ vero che c’è preoccupazione nel quartier generale dell’Ulivo?«Io non sono preoccupato, e credo che il centrosinistra abbia le stesse probabilità di vincere le elezioni che aveva un mese fa, perché non è cambiata la situazione del Paese e non sono cambiati gli umori di fondo degli italiani. Noi siamo più forti del centrodestra perché governiamo sedici Regioni su venti e tutte le grandi città, perché abbiamo vinto ogni elezione dal 2001 a oggi e perché siamo più radicati e forti nel Paese. In più, man mano che si va avanti, la campagna elettorale sarà sempre meno televisiva, e questa nostra maggior forza farà valere le sue ragioni. Abbiamo una classe dirigente diffusa più credibile: sindaci, governatori, presidenti di Provincia... Dovranno scendere tutti in campo, cosa non ancora avvenuta. Insomma, noi non abbiamo ancora giocato le nostre carte. Ma il problema vero è che occorre imprimere una svolta alla campagna elettorale, perché non si è mai vista una competizione per il governo del Paese che non affronti alcuno dei grandi problemi sul tappeto. In ogni caso, per tornare all’inizio, farsi prendere dall’angoscia e dai patemi d’animo è la via maestra per compiere delle sciocchezze...».
Lei non sembra credere, dunque, al «sondaggio americano» che racconta di un centrodestra in vantaggio. Ma una ricerca italiana commissionata dal Sole-24 ore sulle intenzioni di voto degli imprenditori fotografa questa situazione: Casa delle Libertà al 42%, Unione al 29% e quasi il 34% tra indecisi e chi non risponde. Che le pare?«Mi pare un risultato abbastanza sorprendente. E lo dico guardando all’esito fallimentare delle politiche del governo nei confronti delle imprese, che si trovano in una situazione delicata avendo perso competitività, mentre si aggravano i conflitti sociali. Può darsi che su parte del mondo imprenditoriale possa pesare il timore di un condizionamento da parte di posizioni radicali sul centrosinistra. Ma a mio giudizio si sottovalutano due elementi. Il primo: il fatto che Prodi ha la forza di un’investitura popolare attribuitagli dalle primarie; il secondo: che a questo si aggiunge la novità dell’Ulivo. Per la prima volta dopo la fine della Prima Repubblica, all’indomani delle elezioni ci sarà una forza politica che avrà una percentuale di consenso che comincia con 3... E il fatto che in Italia possa nascere una forza di riferimento che garantisca stabilità e continuità di governo, mi pare una risposta importante».
Nonostante si mostri ottimista, lei - per scaramanzia - non intende parlare di centrosinistra già vincente. E allora, scaramanzia per scaramanzia, che le pare del possibile rinvio a giudizio del premier per l’inchiesta sui fondi neri della sua azienda? In genere gli attacchi giudiziari alla vigilia del voto portano bene a Berlusconi...«Io non parlo di vicende giudiziarie. Spero, però, che ne vogliano parlare tutti quelli che ci hanno fatto la morale per un paio di telefonate. Come dire: aspetto al varco commentatori, politologi e analisti. Annoto solo che noi siamo stati processati in piazza per delle intercettazioni telefoniche di nessuna rilevanza penale secondo gli stessi magistrati: si è addirittura parlato di una questione morale che aveva come epicentro i Ds! Ora Berlusconi rischia di essere rinviato a giudizio per corruzione, e naturalmente si dirà perseguitato. Detto ciò, io non credo che debba esser cacciato dal governo per questo: ma certo non mi pare sia nelle condizioni di fare la morale agli altri. E a noi in particolare».
Un’ultima cosa: lei continua a ripetere che le piacerebbe ricoprire una carica istituzionale e sollecita l’ingresso in campo di una nuova generazione di dirigenti, dicendosi pronto a un passo indietro. Può spiegarsi meglio?«Intanto non ho mai detto che voglio una carica istituzionale: ed è bene chiarirlo, altrimenti questa storia diventa come quella dei capitani coraggiosi, frase da me mai pronunciata. Io ho detto che, se vinciamo le elezioni, intendo impegnarmi nelle istituzioni: che è concetto un po’ più ampio. In più credo che si debba far spazio, nel governo del partito, a una nuova generazione di dirigenti. Per quanto mi riguarda, dico questo: sono entrato nella segreteria del Pci nel 1986 e, salvo qualche parentesi, è vent’anni che ho ruoli di direzione di primo piano. Ora, non si tratta di andare in pensione: ma di organizzare il nostro impegno in modo nuovo, questo sì. C’è da avviare il processo di costruzione del Partito democratico, e io credo che si debba favorire l’emergere di una nuova generazione, più libera dalle vicende del passato e meno condizionata da antichi conflitti. Noi, naturalmente, daremo una mano».
Ragionamento svolto rigorosamente al plurale: intende dire, insomma, che oltre lei anche Piero Fassino dovrebbe fare un passo indietro?«In questo genere di cose ognuno decide per sé. Io ho sempre avuto la caratteristica, nel bene e nel male, di assumere le mie responsabilità in prima persona. Dunque, parlo per me. E dico: intanto vinciamo le elezioni, poi discuteremo di questo e d’altro ancora».