«La strada della ritorsione non mi pare la più convincente. La vicenda Suez-Enel ha tra le sue cause la fallimentare politica del governo Berlusconi. Se non la si cambia radicalmente, l’Italia non avrà titoli, né strumenti per garantire nel mercato europeo opportunità alle sue imprese».
Massimo D’Alema, presidente dei Ds, boccia la reazione governativa allo stop imposto dalla Francia all’Opa di Enel: «Ora Tremonti chiede alla Commissione di Bruxelles di intervenire per fermare i francesi. Di per sè è giusto. Ma è stato proprio lui a dare il colpo più duro alla Commissione, quando squarciò le maglie del Patto di stabilità rivendicando il primato dei governi nazionali. Ora invoca un’Europa forte, ma fino a ieri ha lavorato per indebolirla».
Le parole di D’Alema suonano anche come una presa di distanza dal Prodi che minaccia di bloccare la scalata della Bpn Paribas alla Bnl per reazione al no all’Enel.
Ma il presidente Ds precisa: «Siamo contro il protezionismo, dunque a favore della reciprocità. In un mercato europeo funzionante le nostre imprese non dovrebbero essere aggredite e conquistate in assenza di reciprocità».
Onorevole D’Alema, la vostra coalizione fa sfoggio di europeismo, ma non le pare che la crisi dell’Europa sia ancora più grave della crisi italiana? «Non c’è dubbio che in Europa, non solo in Francia, stiamo assistendo ad un ritorno di egoismi nazionalistici e di culture protezioniste. Il governo Berlusconi, però, ha dato un forte contributo a questa marcia indietro. Avremmo bisogno di un’Europa più robusta e integrata. Invece la destra al governo ha spinto nella direzione opposta. Rendendo l’Italia più debole e le nostre imprese più fragili».
Non sarà colpa della politica italiana a Bruxelles se le nostre imprese non hanno le dimensioni adeguate per competere nel mercato europeo. «Questa è esattamente l’altra faccia del fallimento di Berlusconi. Non ha mai avuto una vera strategia industriale. Non ha mai favorito, come invece avrebbe dovuto, la crescita dimensionale delle aziende. I governi di centrosinistra avevano avviato questi processi. Con il centrodestra, invece, tutto si è fermato».
Prodi minaccia di sbarrare la strada di Bnp Paribas verso la Bnl. Le vicende di oggi cambiano i termini della polemica su Bancopoli? «Nei mesi scorsi ho sostenuto che la difesa dell’italianità era mal posta, ma non del tutto infondata. Certo, la qualità della difesa organizzata dal governatore Fazio non si è rivelata un granchè. Tuttavia solo una effettiva reciprocità è garanzia del libero mercato. E per fare questo occorre lavorare sui diversi fronti: rafforzamento delle istituzioni comunitarie, nuova legge sull’Opa, strategia nazionale che incoraggi la crescita delle aziende italiane».
Eppure non sarà facile per voi, in questa campagna elettorale, proporre più Europa. «Di fronte alla mossa scorretta del governo francese in difesa della compagnia Suez, mi ha fatto piacere il dissenso espresso da Fabius e Strauss-Kahn. Berlusconi vanta la sua amicizia con il governo di centrodestra di Parigi. Begli amici! Invece, quella sinistra francese che di solito viene accusata di statalismo ha preso una posizione europeista».
A proposito di amicizie, Berlusconi oggi ha giocato la carta elettorale del sostegno di George W. Bush.«Berlusconi ha compiuto una sola scelta di politica estera: ha deciso di accodarsi comunque alla politica americana. Anche in questo caso il bilancio è fallimentare: la strategia della guerra preventiva ha incoraggiato estremismo e terrorismo, anziché sconfiggerli. Ma Berlusconi non ha altro da esporre in campagna elettorale: più che la visita di un premier italiano negli Usa, mi pare una manifestazione di solidarietà tra la destra americana e quella italiana».
Eppure Berlusconi è stato ricevuto alla Casa Bianca e oggi parlerà al Congresso. «Sinceramente mi è parsa una scelta discutibile da parte americana. Quando ci sono le elezioni, se si vuole discutere di questioni strategiche, si attende l’esito del voto e si apre subito dopo il dialogo con chi è chiamato a guidare il governo: questa è la regola tra grandi Paesi alleati. Comunque, nessun problema. Non rinunciamo certo all’alleanza con Washington. Semplicemente ricordiamo che il nostro dissenso sulla politica di Bush è condiviso dal 72% degli europei, secondo gli ultimi dati dell’eurobarometro, e dal 51% degli stessi americani, secondo un altro recente sondaggio».
Tornando alle cose italiane, sono ormai pronte le liste elettorali. Non le pare che siano prevalse logiche autoreferenziali, a scapito delle rappresentanze territoriali e delle stesse professionalità parlamentari? «Chi aveva ancora dubbi, ha avuto prova della mostruosità di questa legge elettorale. Persino del suo carattere antidemocratico. Se viene meno qualunque selezione degli elettori - attraverso il collegio uninominale o, al limite, attraverso la preferenza - è inevitabile che i partiti decidano sulla base di propri criteri interni. Per quanto riguarda i Ds e l’Ulivo, comunque, ritengo positivo il quadro finale. C’è un rinnovamento forte. Abbiamo in lista molti candidati provenienti dalle amministrazioni locali e alcune importanti personalità della società civile. La nostra rappresentanza territoriale è sicuramente la più ampia: l’Ulivo sarà la sola lista in grado di garantire l’elezione di un deputato quasi per ogni provincia italiana».
Il Partito democratico si farà davvero? Oppure è ancora appeso all’esito del voto, anzi ad un particolare equilibrio elettorale tra Ds e Margherita? «Il Partito democratico è un grande progetto per il futuro del Paese. È la risposta a quanti chiedono stabilità, respiro europeo, capacità di contrastare la frammentazione e la litigiosità della politica italiana. Naturalmente non abbiamo acquistato un appartamento chiavi-in-mano. È un processo politico sottoposto al gradimento degli elettori. Ma sono convinto che l’unica vera novità di questa elezioni sarà premiata».
C’è anche un’altra novità: la Rosa nel pugno. Sta nell’Unione ma non risparmia polemiche contro di voi: ”L’Ulivo difetta in laicità e rischia di essere un compromesso storico fuori tempo massimo”. Qualche diessino è anche approdato alla corte di Pannella e Boselli. «Mi dispiace sul piano personale, ma non considero scandaloso che qualcuno abbia deciso di passare con la Rosa nel pugno. Del resto, molti compagni provenienti dalla storia del Psi militano oggi nei Ds. Tra alleati bisogna essere aperti al confronto. Ciò che non mi convince affatto è la polemica sulla laicità. Noi ci siamo battuti nel referendum sulla procreazione assistita. Siamo per i Pacs e il compromesso raggiunto nell’Unione prevede una tutela dei diritti delle persone conviventi. È vero che non c’è la parola Pacs, ma la soluzione è condivisa da tutti ed è importante che non offenda i sentimenti dei cattolici. Discuteremo in amicizia con la Rosa nel pugno, ma non è la laicità il punto di differenza. La differenza semmai è che noi siamo un po’ meno sensibili dei radicali alle istanze della destra americana e un po’ meno liberisti: ad esempio, eravamo schierati dalla parte opposta quando sostenevano l’abrogazione dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori».
No al Ponte sullo Stretto. No alla Banca del Sud. La vostra politica per il Mezzogiorno non rischia di caratterizzarsi innanzitutto con dei no alla proposte berlusconiane? «Contestiamo le grandi bufale, non le grandi opere. Bufale che servono a Berlusconi per coprire il vuoto assoluto di politica per il Sud, il taglio delle risorse, il crollo delle realizzazioni. È ovvio che il Sud ha bisogno di una forte politica delle infrastrutture: ma se si vuole essere seri, non si può non cominciare dalle reti ferroviaria e stradale, dai porti e dagli interporti».
Altro perno di una politica meridionalista è la sicurezza. «Sicurezza e lotta alla criminalità. Che passa per una pubblica amministrazione più efficiente e per procedure meno burocratiche: noi avevamo creato l’automatismo del credito d’imposta, il governo di destra invece ha reintrodotto incentivi discrezionali. Infine la ricerca e l’innovazione, che può essere combinata con la fiscalità di vantaggio da contrattare a Bruxelles: non c’è futuro per il Sud e i suoi giovani se non sapremo creare una decina di centri di eccellenza a ridosso di università e di importanti realtà produttive».