L'Italia in prima linea per la pace in Libano. E soprattutto, "l'Italia non sarà sola", nella difficile missione Onu che dovrà ristabilire l'ordine internazionale nella valle della Bekaa martoriata dalle bombe. Massimo D'Alema non si nasconde le difficoltà, ma cerca di fugare i dubbi. Mentre in Medioriente il cessate il fuoco resta appeso a un esile filo, mentre Bush auspica il "rapido dispiegamento" dei caschi blu dell'Unifil e annuncia una seconda risoluzione delle Nazioni Unite, il ministro degli Esteri rilancia "il ruolo centrale del nostro Paese nella delicata crisi mediorientale".
"Abbiamo una doppia, grande opportunità - dice il responsabile della Farnesina - che da un lato è quella di costruire un'operazione seria, per stabilizzare la tregua e aprire prospettive concrete a una pace durevole, e dall'altro è quella di guidare in modo credibile questo processo, da protagonisti della scena internazionale. È a questo che, in queste ore, stiamo lavorando".
Sono passate da poco le cinque, quando la sua barca veleggia verso le Egadi e D'Alema sente al telefono Romano Prodi, per concordare le tappe di questa complessa operazione, politica, diplomatica e militare. Il presidente del Consiglio ha appena riparlato al telefono con il segretario generale dell'Onu Kofi Annan, al quale ha confermato la piena disponibilità italiana, e con il presidente libanese Siniora, che fa suo l'appello già lanciato ieri da Olmert: "L'Italia guidi la forza Onu". Anche il governo di Beirut lo auspica. Anche la Casa Bianca è d'accordo. A questo punto, nell'ottica del premier e del responsabile della Farnesina, perché la partita si possa chiudere mancano pochi ma essenziali presupposti.
Regole di ingaggio precise e condivise. Un piano di partecipazione dettagliato sui Paesi che interverranno nella missione. La garanzia che Israele rispetti a tutti gli effetti il cessate il fuoco. Un endorsement forte e convinto da parte dell'Unione Europea. Su ciascuno di questi punti si registrano passi in avanti. Sulle regole di ingaggio la seconda risoluzione Onu chiarirà i punti lasciati in sospeso dalla 1701. Sulla partecipazione degli altri Paesi, il quadro è in movimento. È l'aspetto che preoccupa di più il governo italiano, frenato da una prospettiva di isolamento europeo che ridurrebbe le possibilità di successo della missione e aumenterebbe i rischi per le nostre truppe sul terreno.
"Ma anche su questo - secondo il ministro degli Esteri - stiamo registrando positivi passi in avanti. Ci saranno gli spagnoli, che stanno dando una grossa mano anche dal punto di vista politico. Ci saranno i paesi dell'area nordica, dal Belgio all'Olanda, che sono eserciti veri e non certo guardie svizzere. Ci saranno i tedeschi, che impegneranno risorse finanziarie e invieranno mezzi e anche uomini, con squadre di specialisti che aiuteranno i libanesi nel presidio dei sette varchi con la Siria. E alla fine penso che anche i francesi saranno presenti in modo più massiccio. E comunque, anche se la Francia non ci ripensa, noi andiamo avanti lo stesso. Alla fine le nostre truppe, tra i 2 mila e i 3 mila effettivi, saranno un terzo di quelle totali inviate dall'Europa. Tutto si può dire, fuorché l'Italia è sola... ". Tutto questo, probabilmente, sarà chiarito nella primo round di questa complessa partita diplomatica, che si svolgerà domani con il vertice "tecnico" richiesto da Parigi e già convocato a Bruxelles tra i 25 paesi dell'Unione.
Ma per poter guidare la missione, come Prodi ha spiegato a Olmert, il nostro governo deve essere sicuro che la tregua sia rispettata da tutti. Per questo il Professore e D'Alema hanno già fissato il secondo round. Giovedì il responsabile della Farnesina riceverà a Roma il ministro degli Esteri israeliano Tzipi Livni. "Da Israele ci aspettiamo un impegno rinnovato, e stavolta davvero vincolante, a rispettare il cessate il fuoco. È giusto pretendere che gli Hezbollah depongano le armi, ma non possiamo mandare i nostri soldati in Libano se l'esercito di Tsahal continua a sparare".
Il terzo e ultimo round è previsto per il fine settimana. Entro venerdì Prodi e D'Alema puntano a riunire un vertice dei ministri degli Esteri della Ue con Kofi Annan, che dovrebbe portare al conferimento ufficiale di un "mandato all'Italia" per guidare l'intervento multinazionale. "Se ci riusciamo - è la linea del ministro degli Esteri - la missione avrà una forza molto più cogente. E per l'Italia sarà un riconoscimento importante. Un atto che sancirà anche sul piano formale quanto è già evidente sul piano sostanziale: l'Italia è in campo, l'Italia è in prima fila, c'è e c'è stata fin dall'inizio di questa crisi mediorientale". Al tempo stesso, sarà necessaria la messa a punto dei complicati aspetti militari della missione: come e in che tempi assumere il comando delle operazioni Unifil, attualmente affidate a un generale francese. Di tutto questo si sta occupando il ministro della Difesa, in triangolazione con Palazzo Chigi e con la Farnesina e in stretto contatto con i vertici delle forze armate.
A Prodi, D'Alema e Parisi non sfuggono le incognite di questa iniziativa, che espone ancora una volta i nostri soldati al pericolo, in un'area che è e resta la polveriera del mondo. "Ma non mi si venga a parlare di avventurismo - taglia corto il ministro degli Esteri - perché stiamo facendo di tutto per operare in condizioni di sicurezza, compatibilmente con le condizioni del teatro mediorientale. L'avventurismo, in questo caso, è un argomento di becera propaganda, sollevata da certi ambienti della destra sempre convinti che l'Italia sia in guerra con il mondo arabo e partecipi attivamente allo scontro di civiltà. Non è così. E se c'è stata un'avventura, in questi anni, è stata la nostra partecipazione all'intervento militare in Iraq insieme all'America, che non ha portato la pace, non ha portato la democrazia, ha infiammato il terrorismo e purtroppo ci è costata 40 caduti italiani".
Da questo punto di vista, D'Alema è anche convinto che la sua contestatissima visita tra i quartieri bombardati di Beirut Sud, se dall'asfittico Transatlantico domestico l'orizzonte si allarga alle frontiere del grande mondo, sia stata utilissima, e addirittura propedeutica all'eventuale assunzione di una guida della missione di pace: "Quando cammini tra le macerie di un quartiere appena bombardato non stai certo a guardare chi sfila al tuo fianco. E poi, se dobbiamo andare in Libano, lo dobbiamo fare rispettando la sensibilità dei libanesi... ".
Tre round, per una settimana che si potrebbe rivelare decisiva per le sorti del Medioriente. "Ancora una volta, come già successe per il vertice internazionale di fine luglio a Roma, dobbiamo far sì che la nostra iniziativa non fallisca, e porti a una soluzione concreta", auspica il ministro degli Esteri. Ma questo dipenderà anche e soprattutto dall'Europa: "L'Unione - è l'opinione condivisa tra Prodi e D'Alema - ha una grandissima chance: se riesce a confezionare al meglio questa missione in Libano, si può aprire una fase nuova nelle relazioni internazionali. Nei rapporti con gli Stati Uniti, la Ue può finalmente acquisire la forza politica e il "potere contrattuale" che le è mancata in questi anni, per dire autorevolmente la sua anche sulla vicenda irachena". E più in là, se la situazione degenerasse, anche sull'Iran e sulla Siria. Sarebbe un bene. Non solo per l'Europa, ma per il mondo. Ma è una scommessa. Se si vince, hanno vinto tutti. Se si perde, chi ci rimette di più, almeno sul piano politico-diplomatico, può essere proprio l'Italia.