Intervista
25 settembre 2026

L'Occidente va difeso sui valori

Intervista di Daniele Mastrogiacomo - l'Espresso


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Massimo D’Alema non concede facilmente
un’intervista. Ma quando lo fa esprime concetti chiari e diretti. 
Perché allarga l’orizzonte politico sul piano internazionale, tratteggia
una realtà che disegna il nostro futuro, spesso ignorato o
sottovalutato. Punta ancora sul peso politico dell’Ue nonostante le sue
divisioni e il suo immobilismo. «Il problema di oggi – osserva il due
volte presidente del Consiglio – è se l’Europa ha la forza di esercitare
tale peso. Intervenendo, mediando, portando le grandi crisi di nuovo
sul piano diplomatico per sottrarle alla guerra». 

Avevo
incrociato l’ex leader della sinistra italiana, oggi alla guida della
Fondazione Italianieuropei, in un momento decisivo della mia esistenza:
lui ministro degli Esteri del governo Prodi, io giornalista prigioniero
dei Taliban. Lo rivedo adesso nel futuristico palazzo che si affaccia su
piazza Adriano Olivetti a Milano dove si è appena conclusa la due
giorni di dibattito e incontri con 374 startup organizzato da L’Espresso
nel festival dal titolo: “Chi sta cambiando l’Italia”. 

Presidente,
ci sono nove guerre in corso, tra Medio Oriente e Ucraina. Mai, come
negli ultimi 60 anni, la pace è stata così a rischio.

«Viviamo
quella che Papa Francesco definì una guerra mondiale a pezzi ma
potremmo definirla un multipolarismo confuso e conflittuale. La realtà
si è rivelata un paradosso: il disordine arriva dalle due grandi potenze
che hanno garantito l'ordine bipolare del dopoguerra. Da una parte la
Russia, dall'altra parte gli Stati Uniti d'America». 

Cosa è cambiato?

«La
Russia sotto la guida del nazionalismo aggressivo di Putin si è illusa
di poter invadere l’Ucraina e ha impantanato se stessa e l’Europa in una
tragica guerra senza fine. Gli americani si sono affidati a una
leadership che è la più disastrosa della loro storia. Li ha trascinati
al punto più basso di credibilità internazionale che abbiano mai
raggiunto. Ma esiste anche una seconda causa: la lobby di Israele
condiziona in modo determinante la politica americana. Non possiamo
dimenticare che Israele è un Paese governato, stando alla Corte Penale
Internazionale, da un gruppo di criminali di guerra. In questo scenario
la spinta, il tentativo di porre un argine al caos, arriva proprio da
quella parte del mondo che era passiva». 

Il Sud del mondo.

«In
questo momento appare l’unico che cerca di stabilire un ordine, una
convivenza. Basta guardare Paesi come la Cina e l’India. Non c'è il
minimo dubbio che da queste grandi potenze emergenti arriva un messaggio
di pace, di stabilità; questo è anche il segno che dimostra dove si sta
spostando l'equilibrio del mondo». 

In questo scenario l’Europa è la grande assente. È debole perché divisa?

«Io
penso che l'Europa continui ad avere un peso. Deve esercitarlo in un
rapporto che necessariamente deve essere di collaborazione dialettica
con gli Stati Uniti d'America. Nel 2006 c’era la guerra in Libano che
era stato invaso da Israele. L'Unione Europea prese l'iniziativa di
promuovere una conferenza per la pace. La organizzammo a Roma e
aderirono 130 Paesi. Il governo di Israele, che pure era un governo
democratico e non quello barbaro di oggi, si oppose». 

Perché?

«Giustificarono
questo rifiuto sostenendo che dovevano liquidare i terroristi e che non
volevano fare alcuna conferenza per la pace. Di conseguenza, gli
americani annunciarono che non si poteva fare. L'Unione europea riunì il
Consiglio dei ministri degli Esteri dei paesi aderenti e approvò una
dichiarazione coraggiosa, di peso: noi la facciamo lo stesso. A quel
punto il Segretario di Stato americano, che era Condoleezza Rice, venne
alla Conferenza che si svolse alla Farnesina perché aveva di fronte
l'Europa. Quella conferenza si concluse dando un mandato internazionale
molto forte all'Italia in rappresentanza dell'Unione europea e agli
Stati Uniti d'America per andare nella regione e cercare di aprire un
negoziato tra le parti». 

Come andò a finire?

«Dopo
un mese di trattative fu siglata la pace e venne creata una Forza
internazionale di interposizione. Quindi se esistono delle possibilità,
si possono ottenere gli obiettivi». 

Si potrebbe agire allo stesso modo con Israele.

«Le
darò una notizia interessante. Nel 2006 fui autorizzato dal Consiglio
Affari Generali della Eu a riferire al primo ministro israeliano Ehud
Olmert un messaggio chiaro: o accettava la risoluzione del Consiglio di
Sicurezza e fermava la sua avanzata in Libano, oppure l'Europa avrebbe
sospeso il trattato di associazione con Israele. Pensi a quello che è
avvenuto in questi mesi e oggi l’esercito israeliano, su mandato del
governo, ha deliberatamente massacrato decine di migliaia di civili,
donne e bambini. Il Trattato tra Israele e l’Unione europea prevede
all’articolo 2 la condizione del rispetto dei diritti umani. Neppure la
Meloni potrebbe sostenere che Netanyahu rispetti i diritti umani. Ma
l’Europa, anche a causa del No italiano non fa nulla. Questa è una
vergogna enorme che toglie ogni credibilità a una Unione che si pretende
fondata su principi e valori». 

Israele è cambiato. È cambiata la sua società. Basta la strage del 7 ottobre 2023 per spiegare questa trasformazione radicale?

«In
Israele una classe dirigente democratica che era disponibile a un
compromesso con il mondo arabo-palestinese è stata sconfitta ed è stata
soppiantata da una forma di nazionalismo, di fondamentalismo religioso,
di razzismo antiarabo che messi insieme hanno generato la destra oggi al
governo. Pensi che questo rischio l'aveva intuito sin dal 1948 un
gruppo di intellettuali ebrei tra i più prestigiosi della storia.
Spedirono una lettera al New York Times per chiedere al governo degli
Stati Uniti di non ricevere il premier Begin dicendo che quella destra
sionista era potenzialmente fascista. Era una bellissima lettera e fu
scritta da Hannah Arendt e firmata da Albert Einstein, non certo
antisemiti e figure di secondo piano. Denunciavano il rischio che in
Israele prendesse il sopravvento un mix di razzismo, nazionalismo e
fondamentalismo religioso e che questo avrebbe potuto produrre un nuovo
fascismo. Accusare Israele di una deriva fascista nel 1948 era un atto
molto forte. Serviva coraggio». 

Lei crede ancora nella soluzione due Stati per due popoli?

«È
un mantra che viene ripetuto per giustificare il fatto che siamo
immobili. Da un lato c'è una grande potenza, una potenza persino
atomica; dall'altro, c'è un popolo disperso. Esiste una tale asimmetria
tra le parti che non è pensabile che entrambe si mettano intorno al
tavolo e trovino un accordo. L’intesa doveva essere imposta dalla
comunità internazionale e nessuno ha mai avuto la forza di farlo. Gli
americani hanno sempre impedito di farlo». 

Come stava per accadere con l’invasione del Libano.

«L’Europa
anche allora aveva delle difficoltà a decidere in modo unitario. Per
uscire dalla situazione di blocco in cui ci trovavamo chiesi la
sospensione del Consiglio europeo, presi un aereo e andai a Washington
per cenare con la solita Condoleezza Rice. Ricordo che glielo dissi: ho
capito cos'è la globalizzazione. La globalizzazione è un sistema nel
quale io, per concludere il Consiglio europeo, devo venire a Washington,
perché se non chiami tu i polacchi, gli ungheresi, non mi votano la
risoluzione e tu per sapere se lo puoi fare devi telefonare a
Gerusalemme. Così fece. E alla fine ci mettemmo d'accordo». 

Il mondo è attraversato da una destra che avanza ovunque.

«Abbiamo
pensato che la globalizzazione avrebbe portato a espandere ovunque il
modello della liberaldemocrazia. Invece abbiamo scoperto che la
globalizzazione ha favorito la crescita dei grandi antagonisti del mondo
occidentale perché i figli della globalizzazione sono la Cina, l'India,
domani l'Indonesia. Abbiamo scoperto che in questo secolo quello che è
stato negli ultimi cinque secoli di storia umana, cioè il dominio
dell'occidente, è destinato a finire». 

Per essere sostituito da chi?

«Quando
gli americani leggono che Goldman Sachs spiega che nel 2070 non solo la
Cina sarà saldamente la prima economia del mondo ma la seconda è
l'India e gli Stati Uniti saranno terzi; dopodiché segue un elenco che a
noi può apparire surreale, con l'Indonesia, la Nigeria, il Pakistan, il
Brasile e per trovare un europeo devi voltare pagina, ecco questo è il
mondo nel quale ci stiamo avviando». 

La paura di essere invasi e sopraffatti.

«Se
chiudiamo le frontiere, come vogliono quelli della remigrazione, la
nostra destra-destra, che io definisco i nuovi barbari, l’Unione europea
di fine secolo avrebbe una popolazione di 350 milioni di abitanti, con
un’età media di 61 anni. Quindi, se si chiudono i confini l'Europa
finisce: non ha più industria, non ha più sistemi di welfare, non ha più
sistemi pensionistici. Eurostat sostiene che l'unica condizione – non
per crescere ma per mantenere i nostri livelli di ricchezza –  si basa
sulla capacità di accogliere tra 180 e 200 milioni di immigrati». 

Manca una classe dirigente capace di leggere una realtà inevitabile.

«Io credo che sia inutile pensare di opporsi al cambiamento del mondo perché avverrà lo stesso e ci passerà sopra». 

La gente pensa al presente.

«La
vera preoccupazione è il prossimo futuro dove nel mondo l’equilibrio
delle forze si sposterà a favore di una parte a scapito dell’altra.
Questa Europa di 350 milioni di vecchietti avrà di fronte un'Africa di 4
miliardi e mezzo di persone con un’età media di 19 anni. Pochi si
rendono conto che cosa significa questo. La sola Nigeria avrà più
abitanti di tutta l'Unione europea. Allora è chiaro che un mondo di 4
miliardi e mezzo di persone emana un'energia rispetto alla quale non ti
difenderà Vannacci. Oltre a essere indegno dal punto di vista dei
valori, è pietoso sul piano politico e culturale». 

Come difendere l’identità dell’Occidente?

«Non
confondiamo dominio per difesa. Il nostro problema è evitare che
l'inevitabile declino dell'egemonia occidentale travolga i nostri
valori. Sono un patrimonio dell'umanità e noi dobbiamo cercare di
comunicarli al mondo che cambia. Cioè, dobbiamo fare in modo che quel
mondo in trasformazione coltivi i valori della libertà, della
democrazia, della centralità della persona, che sono il grande
patrimonio che ci appartiene. Il rischio è che invece il mondo
occidentale si chiuda in un nazionalismo aggressivo e razzista, così
nell’illusione di difendere la sua egemonia finisce per calpestare i
valori e i principi che la nostra civiltà ha prodotto. Questa è la vera
tragedia dell'Occidente in questo momento».

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